Npc Rieti schianta Legnano
e la tifoseria torna a sognare

I tifosi al PalaSojourner prima del match con Legnano (Foto Itzel Cosentino)
di Emanuele Laurenzi
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Lunedì 6 Febbraio 2017, 15:03

RIETI - Tornare a sognare, tornare a volare, tornare a cantare. Finalmente tornare a godere. Finalmente tornare ad alzarsi il lunedì mattina con la soddisfazione, con il sorriso, con la faccia da primavera inoltrata o da ultimo giorno di scuola, anche se fuori è grigio intenso e dal cielo viene giù pioggia come se dovesse più smettere. C’è voluto un mese, c’è voluto l’incubo, c’è voluto il cuore ed alla fine è stata solo una sbornia, una festa, un delirio collettivo. Perché quando è suonata la sirena al PalaSojourner e sul tabellone c’era quel 79-64 stampato dalla Npc Rieti in faccia a Legnano, d’un tratto tutto è tornato com’era, come doveva essere, come lo avevamo sognato e come lo avevamo lasciato.

Bella, intensa, tosta. Di quelle partite che ti fanno tornare a casa col petto gonfio di soddisfazione. Di quelle partite che finalmente vedi quelli in campo darsele di santa ragione da una parte e dall’altra, sogni e soffri, sali e scendi nel punteggio, ti sembra persino di star per precipitare e poi rialzi la testa, schizzi via, mordi l’avversario alla gola, senti l’odore del sangue e sul campo la battaglia diventa tua. Pazzesco quello visto durante la partita, quello che non si vedeva più da tempo. Dalla difesa alla attacco, finalmente tutto gira e gira e gira ancora.

E alla fine hai solo voglia di cantare in un unico coro che unisce la Terminillo e le tribune, alla faccia di quei fischi di inizio partita, di quelle contestazioni delle settimane scorse e di tutto quello che c’è stato. Alla fine vinci ed è l’unica cosa che conta. Alla fine incassi il secondo successo di fila e buonanotte ai fischiatori, perché d’un tratto ritornano tutti sognatori com’è logico e anche giusto che sia. Perché questa Npc, questa Rieti, questa pallacanestro amarantoceleste alla fine è fatta ad immagine e somiglianza di una città e la città, inutile negarcelo, è fatta come una famiglia e nelle migliori famiglie si litiga, si urla, ci si arrabbia ma alla fine tornano serenità, armonia e gioia.

Poi a fine anno ognuno si toglierà sassi, sassetti e macigni da scarpe e scarponi, ma adesso siamo lì, siamo tornati a cantare, siamo tornati a sognare non ci vogliamo più fermare. Perché un palazzo e un ambiente bello come ieri sera, bello come la partita con Legnano, era tanto che non ce lo ricordavamo. E non era solo per quelle bandierine amarantoceleste sventolate alla presentazione della gara, non era solo per i “soliti” 2mila che stavano su quegli spalti.

E’ stato tutto il resto a renedere unica la serata. Dalla palla a due in poi. Perché Legnano, sia chiaro, c’ha provato in tutti i modi a ricacciare l’urlo in gola. Roba che quando Frassineti ha messo le prime due bombe in due azioni, il cuore ha sussultato, la voce s’è bloccata e la testa ha vacillato. Poi…poi Benedusi, poi Zanelli, poi Pipitone e poi, soprattutto, Casini. Uno dietro l’altro, protagonisti che hanno preso a turno la squadra sulle spalle. Protagonisti di strappi, allunghi, giocate pazzesche. Di quelle che ti fanno dire che “no, oggi no, oggi proprio non posso perdere”. Di quelle che esaltano il pubblico. Di quelle che ti fanno urlare oltre ogni limite pensavi fosse possibile.

Ad accendere l’arena ci ha pensato Nico, mai come ieri “Capitano mio capitano”, mai come ieri leader e uomo squadra. Primo quarto perfetto, chirurgico, impeccabile: anche quando tutti hanno pensato che avesse fatto un errore, no, in realtà aveva letteralmente illuminato il parquet. Quando ha fintato la tripla davanti alla sua panchina e ha piazzato l’assist sotto per Sims, ha fatto vedere una visione di gioco di rara e assoluta bellezza, un assist come non si vedeva da tempo.

Che sia finita male quell’azione, poi, è un altro conto e tutto è stato cancellato da quel che è venuto dopo: punti, triple, canestri. Uno dietro l’altro, undici in meno di 10 minuti e primo marchio sulla gara. Di fronte c’era comunque una big. A sorpresa o meno, è difficile dirlo. Ma sempre big era (ed è), dall’alta della seconda piazza e del primato mantenuto a lungo. E allora ecco la big che ci prova, risale, infila ancora triple, pesca giocatori sconosciuti dalla panchina e prova a farli diventare eroi di giornata: Legnano segna, Legnano vola, Legnano allunga. Parzialone di 0-9, soprasso e allungo a +5 nell’arco di due giri di lancette e poco più. Un amen.

E qui arriva la svolta. Perché prima Della Rosa piazza una di quelle triple che ti danno la più bella boccata d’ossigeno quando sei in piena apnea e poi arriva la furia argentina. Casini, 36 anni e non sentirli, comincia a segnare come se non ci fosse un domani: tripla, canestro e fallo, ancora canestro: e sono 8 punti di fila ed è di nuovo pareggio ed è di nuovo allungo ed è di nuovo delirio al palazzo. Canestri, presi e fatti. Botte, prese e date. Battaglia, da una parte e dall’altra fino all’ultimo respiro del secondo quarto.

Tutti dentro, tutti negli spogliatoi: avanti solo di 2, ma con la consapevolezza che stasera no, stasera non si può e non si deve perdere. Un sogno che diventa realtà al rientro. Perché si rovescia la brutta abitudine, si scacciano i fantasmi e si gioca: Rieti c’è e non sparisce, Legnano non c’è e crolla, annichilita da aggressività, rabbia, cattiveria e personalità. E via con venti minuti venti di goduria amarantoceleste, di giocate da lustrarsi gli occhi, con Pipitone che recupera anche l’irrecuperabile, i difensori che mordono, Casini che continua a segnare e Zanelli che piazza triple e urla e si gira verso il pubblico e fa il segno degli attributi cubici che ha questa squadra. Va come deve andare, va come nei migliori sogni di ogni tifoso.

Va con il finale che sembra scritto a tavolino, sembra il racconto di un bambino, sembra la sigla di coda sul periodo buio. Va che finisce con Zanelli che piazza la tripla e Casini che ruba palla sulla rimessa e vola a schiacciare il 79° punto reatino e il suo 21° personale. Va che su quell’inchiodata a canestro il PalaSojourner esplode come non esplodeva da tempo, con la gente che salta sui seggiolini, con i tifosi che si abbracciano e con i giocatori che urlano in campo. E torna in mente un’espressione urlata qualche anno fa da un altro argentino che, al termine di una partita vinta così da Rieti, urlò «Abbiamo vinto con il cuore e con le palle». Oggi come allora, Rieti ha vinto. Rieti c'è. 

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