Malata cerebrolesa lasciata tre giorni su una barella al de Lellis, l'Asl apre un'inchiesta interna al pronto soccorso

Malata cerebrolesa lasciata tre giorni su una barella al de Lellis, l'Asl apre un'inchiesta interna al pronto soccorso
di Raffaella Di Claudio
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Domenica 19 Dicembre 2021, 00:10

RIETI - La signora Rosaria, 60 anni, celebrolesa dalla nascita, ora è tornata a Roccantica dalla sua famiglia. Non parla, non si alimenta da sola, ha costante bisogno di essere assistita e quando l’11 novembre è arrivata al pronto soccorso del de Lellis avrebbe avuto diritto a un trattamento di particolare riguardo. Lo stesso, che a detta dei familiari, non c’è però stato.

Il racconto. «Da otto anni è costretta a letto e ha un catetere vescicale – raccontano i familiari –. Dalle analisi mensili era stata rilevata una seria infezione alle vie urinarie curabile solo con un farmaco ospedaliero, motivo per il quale il medico curante ci ha inviato tramite impegnativa all’ospedale di Rieti. Una volta al pronto soccorso, trascorse 2 ore e mezza è stata visitata e ciò che ci ha sconvolto è statala totale assenza di tatto e sensibilità, con l’uso, da parte di un medico, di frasi irripetibili per descrivere le condizioni di costipazione in cui versava la paziente che, a suo avviso, per una cistite non doveva essere lì. Non importava che fosse stata mandata dal medico perché curabile solo in ospedale. Così, dopo averci comunicato che sarebbe stata dimessa, l’hanno lasciata a urlare su una barella per ore e quando siamo andati a chiedere se effettivamente era in uscita siamo stati aggrediti. Ci hanno fatto identificare dalla guardia giurata, neanche fossimo delinquenti, salvo poi accorgersi che la paziente non era autosufficiente e per legge dovevamo essere con lei». 

"Dimenticata". Erano le 21.30 dell’11 novembre, le dimissioni non sono mai arrivate e Rosaria è rimasta su quella barella «per tre giorni. Le nostre richieste – continuano i parenti - di spostarla su un letto, per non peggiorare le piaghe di decubito e per aiutarla a riposare visto che può stare solo supina, sono cadute nel vuoto fino a quando non abbiamo fatto sentire le nostre ragioni. Solo a quel punto è stata trasferita in reparto». Fino al 20 novembre. Per i familiari sono stati giorni infernali, da qui la volontà di rendere pubblica la loro disavventura «affinché nessun disabile grave venga più trattato così perché bisognoso di profonda umanità, nel rispetto delle condizioni di estrema fragilità che vive e che gli impediscono di interagire e comunicare disagi».

L'Azienda sanitaria. Contattata, la direzione aziendale della Asl ha comunicato di voler «aprire una verifica interna che servirà ad appurare qualsiasi responsabilità eventuale. Alla luce dei fatti denunciati, riteniamo doveroso ricostruire in modo preciso i tempi e le modalità in cui si è svolta la vicenda, anche attraverso la testimonianza diretta di chi ha effettuato la segnalazione e del tutore legale. Se quanto segnalato dovesse rispondere a verità – dicono mentre assicurano sforzi per fronteggiare l’aumento esponenziale degli accessi al pronto soccorso - prenderemo subito provvedimenti. Quanto eventualmente accaduto non può essere accettato né consentito. Ma l’eventuale irresponsabilità di uno non può ricadere su tutti. Il personale che opera dedica tutto se stesso alla cura dei pazienti e lo fa con professionalità, umanità e spirito di abnegazione». 

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