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Il caso Letizia Rosati: le parole pesanti come pietre sul mondo gay che negli anni il neo assessore alla Cultura non ha mai rinnegato

Il caso Letizia Rosati: le parole pesanti come pietre sul mondo gay che negli anni il neo assessore alla Cultura non ha mai rinnegato
di Fabrizio Colarieti
3 Minuti di Lettura
Venerdì 1 Luglio 2022, 00:10

RIETI - Chi vi aspettavate come assessori Winston Churchill, Charles de Gaulle e Margaret Thatcher? Questo passa il convento. Non sono parole né di un sociologo né di un politologo, è la sintesi perfetta fatta su Instagram e Twitter da Marco Del Catasto, al secolo Marco Del Castello, arguto e sottile osservatore della realtà cittadina. Alla fine Daniele Sinibaldi, il giovane favoloso della destra reatina, ha partorito la sua giunta, ma pare che il travaglio non sia stato una passeggiata di salute. Comunque sia, ecco fatta la squadra. Ora - è di rito dirlo all’inizio - dovrà governare la città per i prossimi cinque anni. Poi, chissà, magari con un altro aiutino del centrosinistra, diventeranno dieci. Intanto accontentiamoci di qualche spessore e di diversi spessorini. 

Uno tra tutti, però, ha diviso molto la comunità e riportato Rieti alla ribalta delle cronache nazionali, ovviamente sempre verso il basso della classifica. Parliamo della nomina di Letizia Rosati, docente e già consigliera comunale durante la sindacatura Cicchetti, che pare fosse nel cassetto di Sinibaldi dal 1922. C’è voluto un secolo per portarla dall’Aula consigliare alla guida dell’assessorato che dovrà valorizzare (speriamo) cultura, scuola e università. Non che non abbia il curriculum, questo va detto, perché nessuno vuole sminuire il suo ruolo. Del resto siamo pur sempre nel Paese dove un medico internista (Beppe Fioroni) si ritrovò prima ministro dell’Istruzione e poi presidente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro (forse perché c’erano molti calcoli da espellere?).

Ma di fatto la città - come era accaduto nel dicembre del 2019 - si è di nuovo spaccata sul nome della Rosati, per quell’uscita, diciamo infelice, che la fece conoscere a tutti. Senza ripetere testualmente cosa dichiarò, ma un bel giorno, per smentire che il Comune avesse intenzione di favorire lo svolgimento del Lazio Pride a Rieti, paragonò il mondo Lgbt allo sdoganamento della pedofilia. Cose da far accapponare la pelle. Ma, follia a parte, - e ci piacerebbe capire se la professoressa pronuncerebbe di nuovo quelle medievali frasi - a sorprendere, più che le deleghe affidate alla Rosati, è come sempre l’ipocrisia che la circonda.

Tre anni fa fu sommersa dalle polemiche e in certi casi dagli stessi che più recentemente, cambiando progressivamente casa e casacca, sono passati dalla sinistra alla destra, credendo che per salvarsi dalla vergogna e dal giudizio bastava rimuovere qualche post su Facebook. Purtroppo, spiace ma è così, il diritto all’oblio vi salverà da Google ma non dalla memoria collettiva: la città ricorderà a lungo sia le parole della Rosati sia i nomi dei finti paladini dei diritti. 

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