CORONAVIRUS

Rieti, coronavirus, la Croce Rossa
in prima linea anche nella
psicologia dell'emergenza:
«Serve tanto sostegno». Foto

Giovedì 7 Maggio 2020 di Giacomo Cavoli
L'assistenza a un malato (foto Riccardo Fabi/Meloccaro)

RIETI - «Nella psicologia dell’emergenza c’è una graduatoria delle vittime: noi diciamo sempre che il volontario è al terzo posto, mentre al primo c’è la vittima diretta. Ma in questa emergenza, noi siamo già vittime di primo livello». Quel “noi” sono i circa 65 volontari del comitato Croce Rossa di Rieti che dal 7 marzo, per due mesi, a ritmi serrati e distribuiti su 529 turnazioni, hanno consegnato farmaci, alimenti, buoni spesi e vestiti, trasportato malati e rassicurato con una parola di conforto chi apriva loro la porta o chiamava al telefono, cercando al contempo di fronteggiare la paura e di non cadere nella trappola del panico.
 

 

Ma ora, per quei volontari che in sessanta giorni non hanno mai smesso di pensare agli altri e quel tanto che bastava a loro stessi, è tempo di tirare il fiato, provare a ricevere il cambio dai loro colleghi e tentare di non subire gli effetti di uno stress che, buona parte di chi opera nel mondo del volontariato aveva forse potuto immaginare soltanto sfogliando i libri di storia che raccontano della pandemia di Spagnola di un secolo fa: ovvero, la paura di coloro che sanno di trovarsi sullo stesso piano di vulnerabilità di chi, invece, in quel momento stanno soccorrendo.

Lo stress dei volontari
Il Covid-19 non è soltanto le terribili polmoniti bilaterali, la febbre alta e l’incubo della fame d’aria, ma insonnia, paura di prendere servizio o tornare a casa dalla propria famiglia dopo una giornata trascorsa schivando un nemico invisibile che, nel caso in cui non colpisca fisicamente, può lasciare le cicatrici indelebili dei sensi di colpa. Al comitato Croce Rossa di Rieti, nella sede dell’ex Bosi lungo la Salaria per L’Aquila, stanno iniziando a farci i conti ora, con lo stress accumulato durante le settimane appena trascorse: Annalisa Stocchi è la psicologa e coordinatrice dell’emergenza che si occupa del benessere psichico dei volontari della sede reatina, 29 anni e volontaria già da otto, il tirocinio del Master in Psicologia dell’Emergenza svolto al pronto soccorso del “Gemelli” di Roma e un lavoro che chiunque al suo posto sognerebbe di avere concluso ma che per lei, invece, in questi giorni è arrivato soltanto a metà strada. «In queste settimane sono stata sul fronte dei volontari, perché per noi il loro benessere è importante – racconta Annalisa - Mi sono preoccupata di essere il più presente e disponibile possibile attraverso uno sportello d’ascolto dedicato, sia diretto con me che in anonimo, utilizzando un link internet».

I segni sul loro benessere psichico, seppur apparentemente temporanei, il Covid però ha fatto presto a lasciarli: «Tra di loro, l’insonnia è un sintomo molto diffuso dopo aver affrontato l’emergenza: i volontari attivi durante il giorno, quando la sera vanno a letto non riescono infatti a staccare, perché il loro cervello continua a lavorare». E mentre c’è chi non riesce a dormire, confinato nel limbo del dormi-veglia, l’emergenza sanitaria ha presentato il conto anche a chi invece aveva creduto di potercela fare, di poter essere a fianco dei suoi colleghi: «Sulla carta siamo 200 volontari, ma questa è stata un’emergenza particolare perché non tutti si sono presentati in sede a prestare servizio – rivela la Stocchi - La paura del virus, infatti, li ha bloccati a casa e ha impedito loro di esprimere la propria passione. Si è trattata di una situazione che, ad esempio, durante l’emergenza di Amatrice non abbiamo avuto: anzi, li ci fu il problema contrario, quello dei troppi che si offrirono volontari per prestare aiuto».

La paura però è come il virus, si replica ancora prima che possa manifestarsi: «Per molti dei volontari, soprattutto all’inizio, è stato difficile uscire di casa per andare a fare volontariato, perché molte famiglie non hanno accettato l’essere volontari. Questa è un’emergenza che ci colpisce prima come cittadini e poi come volontari, per cui siamo tutti in pericolo e così da parte delle famiglie è stato molto difficile accettare che il proprio caro uscisse per andare a fare il servizio. In quel caso, la gestione è stata di non caricare con troppe ore di servizio il singolo volontario ed è stato importante fare in modo che loro spiegassero in famiglia le procedure che abbiamo adottato fin da subito, come il disinfettare tutto ogni fine turno, l’uso delle mascherine e lo stare in macchina in due, uno avanti e uno dietro, con i finestrini aperti. E’ normale avere paura e voler stare a casa: tra la famiglia e fare il volontario bisogna fare infine una scelta, che è quella della famiglia e del lavoro. Per questo motivo sto predisponendo anche degli incontri per chi si trova a casa, per capire se in questa fase si sente pronto a tornare».

Adesso, dopo la prima parte della guerra si tratta di tirare le somme, ricaricare le energie e provare a (ri)partire: «Dopo due mesi, soltanto un gruppo di volontari è in servizio, perché ce ne sono altri che non sono venuti. Si tratta di 50-60 persone che per da marzo hanno prestato servizio e dunque ora per me è importante fare un de-briefing psicologico e capire come sta andando, perché lo stress e la tensione sono protratti per molto tempo e quindi il volontario si sente in dovere di continuare a garantire il servizio. Ma in questo momento stiamo tutti quanti cercando di tornare alla normalità e anche noi volontari dobbiamo cominciare a pensare alla nostra vita quotidiana».

Il dramma del lockdown

In un’emergenza nuova per tutti, anche in ciò che ci si può attendere nei momenti di difficoltà da parte di chi è più fragile o rischia di diventarlo, si possono scoprire mix di reazioni ancora poco conosciute. Chi chiamava il numero verde messo a disposizione dalla Croce Rossa per il supporto psicologico, erano infatti naturalmente coloro che erano rimasti a casa durante il lockdown nazionale: «Ho gestito molte telefonate che arrivavano dalla popolazione, nelle quali le persone chiedevano cose che per noi non erano possibili, come procurare mascherine e gel disinfettanti – prosegue Annalisa – Ma pur sapendo che non potevamo essere loro d’aiuto, da lì abbiamo provato a gestire comunque la paura e il panico che si erano creati intorno ai presidi sanitari. Essendo presente spesso in sede ho affiancato i volontari nella gestione delle telefonate, esortandoli sempre a non chiuderle e ad essere disponibili perché le persone sanno che la Croce Rossa in emergenza è un’ancora di salvezza, perciò spesso possono chiamare chiedendo qualcosa, ma quella in realtà è una chiave d’accesso per poter parlare e fornire un sostegno psicologico. Chiedere direttamente sostegno psicologico non è infatti sempre facile e ancora meno in emergenza: di richieste dirette ne sono arrivate pochissime, mentre si sono scoperte richieste di aiuto velate da domande inusuali».

Così, anche su chi era rimasto bloccato a casa, gli effetti della quarantena e della paura del contagio non hanno tardato a manifestarsi: «Nelle richieste dirette di assistenza psicologica ho notato l’anormalità della situazione e di conseguenza tutte le varie reazioni, come l’euforia, il panico e la disperazione, fasi fisiologiche attraverso le quali la persona passa quando si trova in uno stato di emergenza psicologica. Quello che si fa come supporto è far capire che tutte le queste reazioni sono normali in una situazione anormale, quindi abbiamo esortato le persone a cercare di trovare delle cose da fare a casa che le facessero stare bene e senza preoccuparsi di quando sarebbe finita. Nel corso di un’emergenza bisogna infatti vivere giorno per giorno, soprattutto da parte di coloro che sono in isolamento perché positivi o perché attendono il risultato del tampone: in questo caso, l’attesa delle 24-48 ore può pesare molto sulle persone che restano senza fare nulla e danno molto spazio al pensiero, dove è molto pericoloso il rimuginio. La televisione e soprattutto i social purtroppo non hanno aiutato, perchè il panico di molti era spesso causato proprio dai vari programmi televisivi».

Non soltanto però fragilità pregresse o mai immaginate. Chi se la sta passando peggio in queste settimane sono infatti coloro che, insieme alla perdita del lavoro, rischiano di smarrire anche la propria identità: «In un primo momento, subito dopo il lockdown non si capiva bene cosa stesse accadendo – continua Annalisa - Poi man mano le persone hanno iniziato ad essere aderenti con la realtà e, da lì, realizzare cosa significava non andare al lavoro senza sapere per quanto tempo. Sono arrivati i vari decreti, i discorsi del premier Giuseppe Conte e il decreto Cura Italia sembrava una boccata d’ossigeno, ma solo in teoria. La problematica del lavoro sta infatti iniziando a pesare soprattutto ora, perché ancora non si vedono i risultati dei provvedimenti presi a fine marzo. La Pasqua ha un po’ dissolto l’attenzione, ma poi siamo ripiombati nell’emergenza».

Il trasporto dei malati
Seppur non di casi Covid positivi o negativizzati, durante l’emergenza la sezione reatina della Croce Rossa ha continuato a portare avanti anche il trasporto dei pazienti dimessi dall’ospedale o bisognosi di cure. Nove in tutto, pochi, «perché se abbiamo avuto molti volontari coraggiosi, ce ne sono altri che sono rimasti a casa bloccati dalla paura», ma in ambulanza, insieme ai pazienti, c’era sempre l’assistenza psicologica di Annalisa: «I pochi pazienti che abbiamo avuto era anziani, ma sono capitate anche case di riposo dove i familiari ci chiedevano se potevano vedere i loro parenti dopo tanti giorni di assenza, perché in questo momento sia in ospedale che nelle case di cura non è consentito l’accesso ai parenti. In questi casi, quindi, il supporto era più a favore dei familiari, che cercavamo di accontentare mostrando i loro congiunti magari attraverso il finestrino». E la scarsa lucidità mentale di molti non li ha purtroppo aiutati nel comprendere lo stato d’emergenza: «Con gli anziani non è stato possibile parlare molto: dicevo loro i nostri nomi, di cosa ci occupiamo e spiegavo l’importanza della mascherina, accogliendoli e sostenendoli durante il viaggio in ambulanza».

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