E' positiva al covid e in Umbria non le praticano l'intervento di cui ha bisogno, a Rieti viene subito operata al de Lellis

E' positiva al covid e in Umbria non le praticano l'intervento di cui ha bisogno, a Rieti viene subito operata al de Lellis
di Raffaella Di Claudio
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Giovedì 20 Gennaio 2022, 00:10

RIETI - Si frattura un ginocchio, arriva in una struttura ospedaliera umbra dove scopre di essere positiva al Covid e che non l’avrebbero per tale motivo operata. Inizia un calvario che si interrompe solo una volta arrivata all’ospedale San Camillo de’ Lellis di Rieti dove, nonostante l’infezione da coronavirus, viene sottoposta all’intervento alla rotula, scongiurando rischi per la gamba e facendo sì che i familiari a casa potessero rimanere negativi. E allora sì, ci sono storie a lieto fine anche in sanità. Quelle alle quali si è meno abituati, ma che vogliono raccontare per primi i pazienti che le hanno vissute, affinché la propria esperienza possa essere insieme esempio e iniezione di fiducia per quanti si trovano in situazioni di difficoltà e hanno bisogno di accedere a un servizio sanitario. 

Silvia Pacelli ha 45 anni, vive a Tarano e lavora in un supermercato di Stimigliano. Il 7 gennaio scorso, scendendo dall’automobile è inciampata e cadendo si è procurata la rottura della rotula del ginocchio. «Sono stata subito trasferita presso una struttura ospedaliera umbra – inizia a raccontare Silvia – Qui, sbrigando le prime procedure, sono stata sottoposta a tampone dal quale è emersa la mia positività al covid, cosa che non mi sarei mai aspettata. A quel punto mi hanno isolato in una stanza Covid del pronto soccorso e lì sono iniziati giorni infernali. Non riuscivo neanche a suonare il campanello per chiamare gli infermieri o ad accendere la luce, non potendo muovermi a causa della gamba rotta. Comprendo le difficoltà in pronto soccorso, ma ci sono state volte, essendo rimasta lì per qualche giorno, in cui anche andare in bagno non era possibile. Essendo positiva, i medici mi hanno più volte chiesto di tornare a casa perché non mi avrebbero potuto operare. A loro avviso, sarei dovuta uscire, negativizzarmi e tornare per essere operata al ginocchio. Ho spiegato loro che a casa erano tutti negativi e che sarebbe stato impossibile farmi gestire in quelle condizioni senza finire con l’infettarli. Mia madre ha 72 anni con diverse problematiche e ho una figlia di 11 anni: era improponibile. Ho quindi chiesto ripetutamente che mi venisse trovata una struttura alternativa e dopo tanto penare il primario ha disposto il trasferimento all’ospedale di Rieti». 

Un altro trattamento. Qui per Silvia finalmente è iniziata un’altra storia: fatta di empatia e professionalità incontrata prima al pronto soccorso poi nell’Unità di degenza infermieristica (Udi) Covid. «Ho incontrato – prosegue Silvia -, per mia fortuna, una realtà completamente diversa. Sono stata trattata benissimo sia al pronto soccorso che nel reparto Udi (dove ancora è ricoverata, ndr), ma soprattutto sono stata operata venerdì nonostante la positività. Nell’altra struttura avrei dovuto attendere la negativizzazione e quindi almeno 20 giorni: una cosa inconcepibile. Invece, a Rieti sono stata già sottoposta all’intervento che è andato a buon fine e in questo reparto nonostante non sia un’ortopedia ho trovato del personale eccezionale. Purtroppo, sono ancora positiva e probabilmente verrò trasferita, ma non dimenticherò la professionalità con cui sono stata trattata. A meglio non potevo ambire».

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