CORONAVIRUS

Coronavirus, rivolte dei detenuti: 10 vittime di overdose Ripartono i colloqui

Martedì 10 Marzo 2020
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Coronavirus, rivolta dei detenuti a Rieti: tre morti e sei feriti. 10 vittime di overdose in due giorni. Ripartono i colloqui

Devastante il numero dei detenuti morti per overdose in due giorni nelle carceri in balia  dalle rivolte innescate dai provvedimenti anti coronavirus: siamo a 10 decessi, con altri sei reclusi in prognosi  riservata. Le ultime tre vittime nel moderno penitenziario  di Vazia, alle porte di Rieti. Una strage. Senza dimenticare i rischi affrontati ancora una volta dagli agenti di polizia penitenziaria (ampiamente sotto organico) che in questi giorni attendono anche i presidi per ridurre i possibili contagi (mascherine e guanti).

I detenuti reatini sono ricoverati all'ospedale locale, il "de Lellis" (tre sono in terapia intensiva) e in quelli romani dopo il trasporto in elicottero. 

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Durante la rivolta, com'era avvenuto il giorno prima a Modena, i detenuti si sono impadroniti dei farmaci dell'infermeria e ne hanno abusato dopo aver davastato i locali. Stamattina la scoperta dei decessi, dopo i 7 morti fra i detenuti del Sant'Anna in Emilia.
 

 

Nel frattempo i carabinieri di Rieti stanno affiancando gli agenti della polizia penitenziaria nei rilievi necessari dopo le devastazioni di ieri, sulle quali la Procura di Rieti ha aperto un'inchiesta. Rilievi non facilitati da nuove proteste attuate oggi dai reclusi.


Carcere di Vazia a Rieti (Foto di Enrico Meloccaro)

Al bilancio nerissimo di questi giorni si aggiungono le evasioni  anche di delinquenti pericolosi e danni ingentissimi alle strutture, numerose delle quali già ben oltre il limite della precarietà. Fra gli effetti drammatici della diffusione del Corovirus e della gestione dell'emergenza, sia pure in scenari effettivamente senza precedenti, bisogna inserire anche questa strage. 

LE CAUSE
Ma perché il blocco dei colloqui con i familiari e la revoca dei permessi ha causato le rivolte in una trentina di carceri? E perché questo numero impressionante di overdose letali? Tutto nasce dalla realtà carceraria italiana storicamente fatta di sovraffollamento disumano (61mila detenuti per 50mila posti), di tempi lunghi della giustizia, di numero insufficiente di agenti di polizia penitenziaria (meno 4mila unità) spesso spremuti da carichi di lavoro massacranti, di difficoltà di attuare in molti penitenziari effettivi percorsi di rieducazione dei detenuti, che poi è il fine della della condanna troppo spesso lasciato sulla carta. In numerose carceri sono attivi anche i volontari che con grande sacrificio e impegno mettono in pratica programmi educativi, di riqualificazione professionale, di aattività sportive, ma ora è tutto bloccato per limitare i contagi.

Difficile anche conciliare le esigenze dei detenuti tossicodipendenti o che magari lo sono stati fino a poco tempo fa. Così fra loro c'è chi non ha resistito alla disponibilità di grandi quantità di farmaci oppiacei o di psicofarmaci: sovradosaggi micidiali per fisici per lo più non in buone condizioni o non più abituati alla "roba".

Pesante poi il carico di dover rinunciare all'improvviso ai contatti con i familiari e ai permessi per uscire provvisoriamente dalle strutture. Provvedimenti comprensibili perchè nei penitenziari stipati di detenuti il contagio sarebbe rapidissimo, ma è stata anche una questione di comunicazione dei nuovi provvedimenti, come sostengono anche i sindacati degli agenti.  

I SINDACATI DEGLI AGENTI
«Il problema legato al coronavirus è che andava spiegato a tutti i detenuti, con una circolare ad hoc, il motivo per il quale si andava a rivisitare la possibilità dei colloqui. Non c'è stata una comunicazione chiara». Lo afferma all'Adnkronos Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), all'indomani delle rivolte scoppiate in diversi istituti penitenziari con vittime e danni. «In istituti come quelli di Modena, Foggia, Rieti, sono accaduti fatti gravi. A Modena ci sono stati sette morti e danni ingenti per cui serviranno tantissime risorse e per cui pagheranno i cittadini - aggiunge ancora Capece - Oggi alcune proteste sono rientrate, restano in piedi alcune proteste pacifiche, come quella di battere sui ferri in segno di solidarietà. Il personale della polizia penitenziaria lavora ininterrottamente negli istituti».

I DANNI
Un gruppo di detenuti del carcere milanese di san Vittore, una trentina circa, sono tornati a protestare sul tetto dell'istituto. La stessa cosa accade anche al Pagliarelli di Palermo. Ne dà notizia il segretario generale del Sappe Donato Capece. Altre proteste sono in corso anche a Campobasso e Matera, ma in questi casi, consistono nella battitura delle sbarre. È lo stesso tipo di protesta che c'è stata ieri ad Udine e in altri penitenziari del Friuli Venezia Giulia. Intanto in alcune carceri, come Tolmezzo e Udine, sempre a quanto riferisce il segretario del Sappe, i direttori hanno permesso i colloqui di persona tra detenuti e familiari, ma alla sola distanza di due metri

AMNISTIA O INDULTO
«Siamo ancora in attesa che il personale della polizia penitenziaria abbia i dispositivi di protezione individuale». Lo afferma all'Adnkronos Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), all'indomani delle rivolte scoppiate in diversi istituti penitenziari con vittime e danni, e sull'emergenza coronavirus. I problemi delle carceri, spiega Capece, sono anche legati alla carenza di personale. «Ci sono almeno 4mila poliziotti penitenziari in meno di quelli previsti», sottolinea il segretario del Sappe. Alla luce delle rivolte di ieri «siamo preoccupati. Immaginate un istituto con 500-600 detenuti, dove il personale in servizio è di 30 persone di mattina, 15 di pomeriggio e 10 di notte. Questi sono problemi gravi. Anche con tutta l'abnegazione, non si può fare. Ci sono colleghi che da tre giorni lavorano ininterrottamente: sono uomini, non macchine e rischiano di crollare». Riguardo alle rivolte negli istituti penitenziari «non me la sento» di fare ipotesi su una possibile regia, ha sottolineato Capece secondo il quale però «sicuramente c'è chi soffiato sul fuoco facendo credere si potesse ottenere un'amnestia o un indulto».

LE ALTRE PROTESTE
Un gruppo di detenuti del carcere di Milano di San Vittore, una trentina, è tornata a protestare sul tetto dell'istituto. Ne dà notizia il segretario generale del Sappe Donato Capece. Altre proteste sono in corso anche a Campobasso e Matera, ma in questi casi, consistono nella battitura delle sbarre. È lo stesso tipo di protesta che c'è stata ieri ad Udine e in altri penitenziari del Friuli Venezia Giulia. Intanto in alcune carceri, come Tolmezzo e Udine, sempre a quanto riferisce il segretario del Sappe, i direttori hanno permesso i colloqui di persona tra detenuti e familiari, ma alla sola distanza di due metri. Una strategia che purtroppo non sarà attuabile in molti penitenziari.

ARRIVANO LE MASCHERINE
A questo propositio va comunque registrata una buona notizia:  è previsto oggi l'arrivo di 100mila mascherine per i penitenziari. Per garantire la tutela di tutti, chiunque a vario titolo entra in un istituto sarà munito di adeguati presidi sanitari. Lo riferisce il ministero della Giustizia, dove si continua a lavorare affinché le condizioni di tutti, operatori e detenuti, siano salvaguardate. L'approvvigionamento di presidi sanitari sarà utile per la più rapida ripresa dei colloqui dei detenuti con i propri familiari.

Altre proteste a Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara  Avellino, con gruppi di detenuti che rifiutano di rientrare nelle celle. Nuovi episodi di disordini si segnalano oggi a Rieti, Palermo Pagliarelli, Genova. Lo riferisce il ministero della Giustizia facendo il punto sulla situazione negli istituti penitenziari

Continua, seppur controllata, anche la protesta dei detenuti al blocco 50 del carcere di Cavadonna a Siracusa. Protestano per le misure disposte dopo il decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri per arginare gli effetti del coronavirus tra cui la sospensione dei colloqui. Circa 150 i detenuti che la notte scorsa hanno preso parte alla rivolta nell'istituto che ha provocato danni ai tre piani del blocco 50, quello della media sicurezza: i detenuti hanno bruciato le suppellettili che si trovavano all'interno delle celle, lenzuola e materassi, ma hanno anche utilizzato le brande per sfondare alcuni cancelli.

Distrutto l'impianto di videosorveglianza ed è stata danneggiata una delle due cucine, che è stata resa di fatto inagibile. Il direttore Aldo Tralongo ieri pomeriggio aveva cercato di mediare proprio per evitare l'insorgere di proteste, alla presenza del garante dei diritti delle persone private della libertà, Giovanni Villari, e aveva assicurato la possibilità di aumentare la durata delle chiamate e permettere anche le chiamate video. «I ristretti - ha spiegato Villari - lamentano di non percepire l'applicazione di misure igieniche di prevenzione del contagio all'interno del carcere e il fatto che gli agenti della polizia penitenziaria, così come il personale medico e gli educatori, potrebbero essere latori del contagio, né più e né meno dei loro familiari. Tutti richiedono l'applicazione dell'indulto».

Villari ha ricordato che l'emergenza corona virus «si innesta in una situazione molto problematica, quale quella delle carceri italiane, gravate dal sovraffollamento, dalle difficoltà delle strutture, dai tagli al personale». La popolazione nel carcere è di circa 680 detenuti, circa cento in più della capienza massima

Ultimo aggiornamento: 16:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA