Avvocato reatino trova negli archivi una causa di lavoro intentata contro Benito Mussolini

Avvocato reatino trova negli archivi una causa di lavoro intentata contro Benito Mussolini
di Massimo Cavoli
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Venerdì 11 Marzo 2022, 00:10

RIETI - Stipendi e straordinari non pagati, operai licenziati e al loro posto assunto personale senza qualifica, nessun rispetto per l’orario di lavoro, continuamente violato, e applicazione del contratto tipografico ignorato. Potrebbe apparire, da una prima lettura, la fotografia di una classica controversia dei tempi nostri, e invece riguarda una causa civile promossa quasi cento anni fa, nel 1924, da uno stabilimento tipografico nei confronti dei fratelli Mussolini, Benito e Arnaldo, rispettivamente proprietario e amministratore del “Popolo d’Italia”, il giornale organo del Partito nazionale fascista, stampato dal 1922 al 1943.

Il ritrovamento. Una vertenza di lavoro recuperata da un archivio storico dall’avvocato reatino Andrea D’Orazi, con il duce citato in tribunale a Roma dall’avvocato Luigi Cartasegna per il mancato rispetto della convenzione per stampare il giornale. «Nonostante le ricerche effettuate, tentando anche di rintracciare gli eredi dell’avvocato Cartasegna, non è stato possibile reperire la sentenza del tribunale, che potrebbe anche non essere stata pronunciata nel caso che le parti abbiano raggiunto una definizione bonaria - spiega l’avvocato D’Orazi - ma, a distanza di quasi un secolo, tanti registri nei tribunali non si trovano più. All’interno del fascicolo non risulta comunque alcuna proposta transattiva e neppure la copertina riporta annotazioni sull’esito».

Ma quello che emerge è uno spaccato del difficile mondo dell’editoria del tempo (non erano infrequenti gli scioperi di tipografi, proti, linotipisti, macchinisti, fasciatori, correttori di bozze, addetti alla piegatrice - tutte figure professionali sconosciute al mondo di internet - proclamati dal sindacato nazionale fascista poligrafici), quando l’epoca mussoliniana era all’inizio e utilizzava soprattutto i giornali per diffondere la propaganda del partito, anche se non tutto avveniva rispettando i contratti.

La vicenda. Anzi, la rottura tra la società incaricata di stampare il Popolo d’Italia e i fratelli Mussolini si fondò proprio sulle ripetute violazioni della convenzione contestate dalla società Stabilimento poligrafico editoriale romano a Benito (indicato sempre come Sua Eccellenza in ogni passaggio) e al commendatore Arnaldo, morosi per il mancato pagamento dell’affitto (6mila lire a settimana) della sede di piazza Montecitorio, situata sopra la tipografia, di varie indennità, oltre che per l’organizzazione del lavoro che non rispettava i diritti dei lavoratori. Invece di due edizioni giornaliere (mattina e pomeriggio), il personale era costretto a stamparne fino a sette o otto, con ciò obbligato a restare in tipografia fino a mezzanotte anziché fino alle venti (testuale: «Provocando imprevisti consumi di materiale, energia, luce, gas, obbligando il camioncino della società a fare una media di nove viaggi al giorno da piazza Montecitorio alla Ferrovia, e ciò senza pagare un qualsiasi corrispettivo»).

Ma quel che più era stato ritenuto grave dall’Editoriale romano era stata la sostituzione in blocco degli operai specializzati con un’altra squadra inesperta proveniente dall’esterno. Gli avvocati di Mussolini non negarono buona parte delle contestazioni, ma rinviarono la palla in campo avverso, invocando non meglio chiarite incomprensioni contrattuali. Una sola cosa risulta con certezza dagli atti: pochi mesi dopo il Popolo d’Italia fu costretto a cambiare tipografia.

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