Diplomazia, religioni in aiuto alla politica come soluzione alle crisi internazionali

Giovedì 17 Marzo 2016 di Franca Giansoldati
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Roma Sciiti, sunniti, cattolici, ortodossi, buddisti, ebrei. La religione come soluzione nella gestione delle crisi. Senza un approccio religioso pare ormai difficile capire cosa stia accadendo nel mondo. La terza guerra mondiale a pezzi, il Medio Oriente in fiamme, l'avanzata del terrorismo islamico stanno imponendo ai governi una nuova visione nell'agire politico. Insomma le fedi potrebbero venire più coinvolte di quanto non lo siano state finora per risolvere tanti conflitti, o addirittura per prevenirli. In pratica si fa strada un nuovo approccio nella politica estera, nella prevenzione e nella gestione delle crisi. La riflessione su come inglobare i soggetti religiosi interessa diversi governi. Oggi pomeriggio se ne è parlato alla Farnesina, in un convegno internazionale organizzato dall'Ispi. “Spesso sentiamo dire che è la religione a creare guerre, e che un mondo senza religioni sarebbe senza conflitti, ma sono conclusioni che non reggono ad esami dettagliati. Sono sempre altri gli elementi in causa. Etnici, economici, culturali. La religione non è un problema ma parte della soluzione. Invece che essere amputata dalla vita pubblica offre un contributo vitale” ha spiegato monsignor Gallagher, ministero degli esteri del Papa. L'ambasciatore britannico Nigel Baker ha, invece, ipotizzato una politica estera europea più sofisticata, tale da includere think tank religiosi, sulla falsariga di quello che già funziona in Gran Bretagna. Naturalmente i ministri degli Esteri dovrebbero poi accogliere queste riflessioni e farne tesoro.

I temi sui quali i soggetti religiosi potrebbero essere utili sono diversi: l'etica, l'educazione ambientale, il clima, l'immigrazione, i rapporti con le persone. Il gesuita Pierre de Charentenay, docente a Parigi, ha portato alla luce i benefici che vi sarebbero grazie ad una azione e ad una visione più integrata e ampia. Per prevenire le crisi i ministri degli esteri dovrebbero ascoltare, in uno scambio di conoscenze reciproche, i missionari che lavorano all'estero, i vescovi locali, le istituzioni religiose che conoscono i territori. “I frequenti avvicendamenti dei diplomatici nei Paesi, non li aiutano di certo a comprendere le implicazioni degli operatori pastorali all'estero. I quali rimangono nella loro missione per tutta la vita e sono molto vicini alle situazioni locali. I diplomatici, invece, spesso rischiano di rimanere lontani dal contesto locale”. Infine, al convegno, ha parlato l'Imam Pallavicini che ha chiesto la partecipazione attiva delle sensibilità religiose in modo preventivo nelle policy internazionali. “In Italia il rischio di valutare l'integrazione avviene solo in situazione di crisi. Serve un coinvolgimento preventivo”.

  Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 12:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA