La forza della verità motore di tutto

La forza della verità motore di tutto
di Joaquín Navarro-Valls
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Mercoledì 5 Luglio 2017, 21:29

Ripubblichiamo l'articolo che Joaquín Navarro-Valls scrisse per l'inserto speciale che il 27 aprile 2014 il Messaggero dedicò alla canonizzazione di Papa Giovanni Paolo II e Papa Giovanni XXIII

L'incontro – come sempre festivo, ricco di idee e moltitudinario – era finito. Questa volta eravamo nello sterminato parco Blonie, a Cracovia. Giovanni Paolo II cominciava ad abbandonare il palco. E mentre anch'io lasciavo il posto, vidi una ragazza – forse 18 oppure 19 anni – che seduta sul verde manto erboso, piangeva. Il suo pianto era evidente, senza pudore, non nascosto.

La domanda era quasi ovvia: ma perché piangere in un'occasione così bella? La risposta, tra singhiozzi fu: «Perché lui è così santo ed io faccio schifo». Ho ripensato molte volte a quella risposta. Ci sono molti modi di presentare il bene possibile, il bello raggiungibile, l'etica dell'esistenza. Ma troppo spesso comunicare la bontà non riesce. Non raggiunge il centro della persona. Rimane in superficie.

Le parole sembrano sfiorare il pensiero senza che convincano, senza che qualcosa nell'interno mobiliti la decisione di cambiare. Non soltanto di fare qualcosa di nuovo ma di essere di più e di diverso. Di oltrepassare il torpore dell'abitudine acquisita. Quella giovane donna singhiozzante aveva capito. Aveva capito le parole pronunciate da Giovanni Paolo II. Quelle parole avevano aperto il confronto non con dei concetti astratti ma con la propria esistenza quotidiana.

Non avevano provocato un rifiuto, né una giustificazione, né un moto di difesa autoassolvente. Il suo pianto sembrava piuttosto espressione della gioia di chi ha scoperto che il meglio è possibile. Anzi che il meglio, prima paradossalmente cercato nell'assaggio abituale dell'effimero, dell'episodico, del puramente epidermico, non era il meglio. Per questo, in fondo, quel pianto era il riconoscimento e la scoperta di una nuova rotta che adesso quella giovane donna avrebbe incominciato.

E quell'inizio gioioso alla fine di una giornata piena di senso, era benvenuto con la forma espressiva squisitamente umana che sono le lacrime. Perché Giovanni Paolo II fu così amato dai giovani? La risposta è: perché lo avevano capito. E, come conseguenza, lo avevano amato. L'ho domandato ai giovani stessi a Toronto, a Buenos Aires, a Tor Vergata, a Manila... E le risposte, con poche sfumature di diversità, erano spesso identiche: «Nessuno, né nella mia famiglia, né nella scuola, né nella mia società mi avevano detto quello che lui dice. E lui ha ragione».

Eppure le cose che lui diceva andavano spesso in direzione opposta ai presupposti culturali. Perché loro – i giovani – dicevano così assertivamente che «lui ha ragione»? Ci sono degli “educatori” che sembrano avere una chiarezza straordinaria nel dire che cosa non si deve fare e che cosa non si dovrebbe essere. Ma allo stesso tempo, sembrano non avere la stessa chiarezza nel definire e comunicare che cosa si può essere o verso dove si dovrebbe camminare se si vuole essere migliore di quanto si è.

Questa etica alla rovescia lascia nell'animo l'attrito dell'ambiguità. Non entusiasma mai. Giovanni Paolo II affermava. Era propositivo. Non coccolava i giovani con delle lusinghe gratuite. Era esigente. Parlava di un possibile arduo ma chiaro e magnifico. Parlava di più della bellezza dell'amore umano che dei rischi di una sessualità capricciosa. Quasi mai parlava dell'egoismo e, invece, quasi sempre, di come sarebbe stupendo un mondo fatto di generosità. Anzi, ascoltandolo, sembrava ovvio che l'unico mondo possibile potesse essere soltanto quello costruito pensando un poco di più agli altri e un poco di meno a se stessi. L'espressione “Giovani Paolo II, il grande comunicatore” è vera ma può indurre in inganno. Era un grande comunicatore non tanto per il modo – pure splendido - di comunicare quanto per il contenuto di quello che comunicava. E per questo i giovani rispondevano alla mia domanda dicendo «lui ha ragione». Non si dà ragione a una bella voce né a una magnifica forma espressiva. Si dà ragione a chi dichiara la verità. A chi afferma il vero.

La radice di quella magnifica accettazione dell'insegnamento di Giovanni Paolo II tra i giovani era che sapeva rendere simpatica la virtù. La faceva viva, appassionante, attraente. Anzi, necessaria. Non si trattava mai di enunciazioni di principio, di formulazioni di norme, di proposizioni astratte. Quando parlava loro, dava alla verità e alla bontà un motivo: l'appassionante, argomento della vita veramente umana. E lo faceva mostrando la bellezza dei valori, l'attrattiva universale del bene.

Nei suoi dialoghi con i giovani il tema di fondo era, alla fine, la verità. La verità delle cose. La verità – e quindi, per contrasto, la menzogna – che può o può non essere presente nella propria esistenza. In due pennellate metteva in contrasto i sofismi convenzionali ingannevoli e la consistenza delle cose vere. Così, il bello, il buono e il vero apparivano in lui sempre uniti in una proposta che poteva riempire - fino a farla traboccare - la propria biografia. Quindi, non solo diceva che cosa è la bontà ma insegnava a essere buono.

I giovani si sono sempre fatti domande sul rapporto con Dio. E Giovanni Paolo II faceva vedere che Dio non è un codice normativo nè una credenza, ma una Persona cui credere, in cui sperare e con cui vivere un amore intenso, fedele, reciproco, per tutta la vita. A Dio si può affidare la propria esistenza; a un codice morale, neanche una giornata. Questa straordinaria concretezza, congeniale con il suo modo di essere molto diretto e immediato, corrispondeva del tutto all'essenza della sua religiosità cristiana, della sua santità di vita. Con i giovani l'alleanza tra messaggio e vissuto esistenziale esplodeva letteralmente. I giovani vedevano che quel modo di parlare di Dio sgorgava da un'esperienza personale maturata durante tutta la vita di Giovanni Paolo II. Non era la recitazione delle pagine di un libro scritto da qualcuno. Quelle parole che ascoltavano avevano tutto il sangue e la carne di quel Papa che parlava di Dio perché lo conosceva e amava. I ragazzi che lo ascoltavano captavano la verità del suo messaggio, «Lui ha ragione...»

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