Referendum, gli scenari se vince il Sì e se vince il No

Referendum, gli scenari se vince il Sì e se vince il No
di Alberto Gentili
5 Minuti di Lettura
Lunedì 28 Novembre 2016, 17:02 - Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 16:33
Con la vittoria del Sì cambia la Costituzione, ma non il premier e il governo. Non subito al meno. Ma vediamo i diversi scenari.

Legislatura a scadenza
Per tutta la campagna elettorale Matteo Renzi ha detto e ripetuto che l'eventuale successo dei Sì garantirebbe stabilità, consentendo al governo di proseguire fino alla fine della legislatura che scade nella primavera del 2018. Ed è questa la strada maestra, tanto più che la vittoria referendaria darebbe al premier maggiore forza nella trattativa in sede europea su crescita e migranti in un anno in cui Francia, Germania e Olanda andranno alle urne con una possibile avanzata delle forze populiste anti-euro. Già fissati due appuntamenti: il 25 marzo a Roma il vertice per la celebrazione dei sessant'anni dei Trattati fondativi dell'Unione e a Taormina il 26 e 27 maggio il G7 in cui potrebbe debuttare Donald Trump sul palcoscenico europeo. Un anno e mezzo sarebbe inoltre un arco di tempo adeguato per cambiare la legge elettorale (l'Italicum), togliendo innanzitutto il ballottaggio.

Al voto in primavera
Né Renzi, né i suoi fedelissimi sono disposti ad ammetterlo, ma la vittoria del Sì non per forza esclude elezioni ravvicinate. Per due ragioni. La prima: Renzi potrebbe voler attuare quanto prima la riforma confermata dal corpo elettorale il 4 dicembre, con il nuovo Senato dei 100. Perciò il ricorso alle urne renderebbe possibile passare subito al nuovo sistema istituzionale, con la fiducia al governo concessa solo dalla Camera e con le leggi varate esclusivamente dall'assemblea di Montecitorio. La seconda ragione: il premier potrebbe decidere cavalcare il successo con l'obiettivo di garantirsi alla Camera una maggioranza coesa, senza dover più mediare con la sinistra dem e con i centristi. Punto di forza utile anche per la trattativa in sede europea. Con due problemi: da ciò che filtra dal Colle, il capo dello Stato non è entusiasta di questa ipotesi. Anzi. E molti parlamentari si aggrapperebbero alla poltrona. Ma senza i voti del Pd non c'è, alla Camera, governo che tenga.
Urne pre-estive o autunnali.

Vale lo schema del paragrafo precedente: andare al voto per attuare la riforma e per puntare su un nuovo Parlamento che garantirebbe a Renzi una navigazione più tranquilla e di lungo respiro: le elezioni successive si svolgerebbero nel 2022. Lo slittamento a giugno o all'autunno sarebbe legato alla necessità di avere più tempo per modificare la legge elettorale e per svolgere i vari vertici internazionali senza l'affanno della sovrapposizione della campagna elettorale. Un timing che senza dubbio sarebbe maggiormente gradito al Quirinale.


Il successo del No avrebbe due effetti immediati: la bocciatura della riforma costituzionale (il sistema istituzionale resterebbe così com'è) e l'addio al governo Renzi.
Governo di scopo, voto a breve
Il voto del 4 dicembre con ogni probabilità porterà in caso di sconfitta del Sì alle dimissioni di Renzi. Non dovute sotto un profilo istituzionale: il referendum non riguarda l'esecutivo, ma inevitabili per le ricadute politiche. A questo punto, se Renzi rifiutasse il reincarico («non resterei a palazzo Chigi ammaccato, rischierei il logoramento», ha confidato), il presidente Mattarella tenterebbe la nascita di un governo a tempo o di scopo per riformare la legge elettorale: l'Italicum infatti disciplina solo l'elezione della Camera, ma non quella del Senato. Alle urne si dovrebbe andare in primavera o al massimo a giugno. Per Carlo Padoan, ministro dell'Economia, sarebbe il nome più accreditato per guidare questo esecutivo. Obiettivo: rassicurare mercati e cancellerie europee. Berlusconi già offre la sua disponibilità: «Se vince il No pronto a sedermi al tavolo con Renzi».

Reincarico a Renzi
«Se perdo non sarò della partita, dico no agli inciuci e ai governicchi», ripete da tempo il premier. Proprio per questo non è da escludere che una volta dimessosi, e dopo che per un mese o due saranno andati a vuoto i tentativi di Mattarella di formare un nuovo governo (senza il sì del Pd alla Camera non c'è maggioranza), Renzi venga invitato a tornare da palazzo Chigi da «salvatore della Patria» (definizione dell'inner circle renziano) un po' come accadde (per il Quirinale) a Giorgio Napolitano nel 2013. Tanto più che Renzi sarà forte (pur nella sconfitta) della percentuale incassata dal Sì il 4 dicembre. Roba, probabilmente, da 45% in su. Che, come dice Giovanni Guzzetta, renderà «Matteo il leader più forte».

Elezioni in marzo o aprile
A questo scenario si accede se non fossero realizzabili i primi due e si andrebbe al voto in clima da fine del mondo. O quasi. In concreto per la Camera si andrebbe alle urne senza il varo di una nuova legge elettorale, ma con le sole modifiche imposte all'Italicum dalla Consulta. Il Senato verrebbe invece eletto con il Consultellum (il sistema frutto della sentenza della Corte del 2014): proporzionale con sbarramento al 2% per i partiti coalizzati e al 4% per i non coalizzati. Epilogo che potrebbe non essere sgradito a Renzi, che potrebbe sperare di agguantare il premio di maggioranza alla Camera e dunque di poter dare le carte anche in Senato. Non a caso il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, l'altro ieri ha avvertito: «Se la riforma elettorale verrà usata solo come pretesto per un governo debole, noi non saremo interessati». E qui si torna al solito punto: senza il sì del Pd (che ha la maggioranza alla Camera) non può nascere alcun esecutivo.

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA