Renzi: noi ago della bilancia. Accuse a Gentiloni e Franceschini

Martedì 13 Marzo 2018 di Barbara Jerkov
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Nei suoi colloqui di queste ore Matteo Renzi l’ha messa giù dura: «Io l’ho capita tardi, ma Franceschini & co. sono partiti all’attacco troppo presto. Così sono riuscito a stoppare l’operazione. Perché è la fine del Pd, se fai l’accordo con i 5Stelle e almeno il Pd l’ho messo in sicurezza». Poi, la storia che si apre ora, è tutta da scrivere. Ma almeno partendo da un punto fermo: niente patti con M5S, lo ha dovuto dire non solo Franceschini e perfino Orlando è stato costretto a dargli ragione. Raccontano sia stato questo il ragionamento del leader ai tanti che in queste ore lo chiamano per avere lumi sul futuro del partito e suo.

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L’ex premier si è tenuto ben lontano dalla direzione che al Nazareno ha aperto formalmente la fase del dopo di lui. L’aveva detto e l’ha fatto. Nella sua e-news promette a un sostenitore: «Io non mollo». Interverrà all’assemblea del partito, tra un mese, ha detto ai suoi. E lì, giura chi gli ha potuto parlare in questo suo ritiro strategico, si tirerà un bel po’ di sassolini dalle scarpe. A cominciare dal pressing che si è scatenato nello stato maggiore dem a poche ore dal voto per sostenere un esecutivo pentastellato. 

PRESSING
Dal «pressing di Veltroni su Martina» a interessi, sibila un deputato a lui vicinissimo, «ben più personali». «Franceschini era pronto a dare tutto per avere per sé la presidenza della Camera», raccontano si sia sfogato il leader, «ma se devi venderti, almeno venditi bene». Certi, come chiamarli, riposizionamenti, «umanamente mi fanno un po’ schifo», pare abbia detto Renzi. Ma l’errore politicamente più grande, proseguendo nella sua analisi, l’ha fatto Di Maio, andando a trattare con l’ex maggioranza dem, «i dissidenti», come hanno preso a chiamarli in queste ore i fedelissimi di Matteo. «Anziché cercare un eventuale accordo con me, è andato a cercare loro. Peccato che loro senza di me non hanno i numeri in Parlamento. Di Maio non ha capito che se il Pd è l’ago della bilancia, i renziani in questa partita sono l’ago della bilancia dell’ago della bilancia. Per fare qualsiasi cosa ci vogliamo noi».

TRE SCENARI
E qui il leader ha in mente tre possibili scenari. Primo: il Pd che cede alle avances dei pentastellati e di quella parte della sinistra anche extra Nazareno (commentatori, analisti, padri fondatori...). L’operazione condotta la scorsa settimana - rivendica Renzi nei suoi ragionamenti - mette al riparo il Pd da questo abbraccio ritenuto mortale in cui invece sarebbero stati pronti a spingerlo Franceschini, Martina, lo stesso Gentiloni («il primo a schierarsi di là, purtroppo», pare si sia lasciato scappare Matteo in un’analisi dei fatti particolarmente franca con i suoi). Secondo scenario: Lega e M5S fanno un accordo sovranista. I numeri li avrebbero. Ma con quale premier? 

«Fossi in Di Maio, andrei a fare il presidente della Camera o rischia di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e fare la figura del nuovo Bersani. Ma poi al Senato la Lega mica penserà davvero di mandare Calderoli? Calderoli supplente di Mattarella in caso di impedimento? Ma ci rendiamo conto? Senza contare che Forza Italia sta provando a metterci Romani o rischia di restare senza niente...». Insomma, anche il governo giallo-verde appare agli occhi di Renzi più in salita di quanto si potrebbe pensare. 

Terzo scenario. Dopo due o tre mesi di impasse, Mattarella rivolge un appello a tutte le forze politiche. Se lo fa, chiaramente non lo fa per un governo Di Maio ma su un nome alla Draghi. A quel punto effettivamente come farebbe il Pd a non rispondere? Solo che il Pd si trova nella posizione di essere il quarto gruppo parlamentare: rispondano prima gli altri. Non sfugge, all’ormai ex segretario, che i ministri uscenti sarebbero pronti ad aderire a un esecutivo istituzionale. In un certo senso, anzi, per come si sono messe le cose, non vedono l’ora.

MINISTERI
«Si sono tutti abituati a stare al governo», è il ruvido ragionamento, «che poi tutto un certo mondo ha anzi fatto credere che il nostro governo fosse un asset. Peccato che abbiamo perso a Pesaro, Sassuolo, Pisa (che era blindata come Firenze), Genova, Ferrara...». Ed è trasparente il riferimento a Minniti, De Vincenti, Fedeli, Pinotti, Franceschini. «Il segretario ha le sue responsabilità, ma anche chi ha tenuto lo ius soli sulla graticola per sei mesi fiducia-sì-fiducia-no ha le sue belle responsabilità o no?».

Ma si diceva del governo del presidente. Bene, se tutti ci stanno alla fine ci starà anche il Pd. Per fare cosa però? Perché un governo di scopo uno scopo, appunto, deve darselo. La legge elettorale? E quale? Il ballottaggio, almeno così la vede Renzi, è realistico solo se c’è il monocameralismo. Il Mattarellum? Difficile. Dunque? Renzi è convinto che il tema-chiave torneranno ad essere a breve le riforme costituzionali: presidenzialismo o semipresidenzialismo. 

Ed ecco che torna quella valutazione che gli fa mantenere il sorriso anche in queste ore difficili: «Se guardiamo ai numeri i renziani sono l’ago della bilancia dell’ago della bilancia», ripete un senatore neoriconfermato. Lo stesso Berlusconi, con il suo appello a sostenere il centrodestra, secondo l’inner circle del leader dimostra di averlo capito, quando per le vie riservate fa arrivare il messaggio che un governo Tajani non è affatto tramontato e lui è pronto a spingere Salvini a fare un passo di lato (scenario, questo, su cui però Matteo frena i suoi: non crede che il Cavaliere lo farà mai o che avrà la forza di farlo, che poi è lo stesso).

Infine, o da principio, il futuro del partito. Matteo, par di capire, ritiene poco importante il «chi»: Delrio? Non è affatto certo che accetti la successione alla segreteria. Calenda? Si sta muovendo troppo, secondo i renziani, per poter capire che vuol fare davvero da grande. Più strategica la partita dei capigruppo. Ma per Renzi quella è definita: Guerini alla Camera, Marcucci o Bellanova a palazzo Madama. Per il resto, dentro e fuori il Nazareno, ora tocca agli altri.

Ultimo aggiornamento: 10:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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