L'allarme dei 5Stelle per un en plein Lega

Domenica 24 Giugno 2018 di Mario Ajello
Elezioni «antipasto». Così Matteo Salvini definisce i ballottaggi di oggi delle comunali. Antipasto di che cosa? Del vero boccone che, per la Lega, da domani, una volta certificato che i 5Stelle non avranno quasi toccato palla e che il Carroccio avrà asfaltato la sinistra in alcune sue roccaforti (Pisa la più sicura, ma anche a Siena si tenta il colpaccio), sono proprio gli alleati di governo.

Ecco, oggi M5S e Lega combattono separatamente o aiutandosi più o meno sotto banco contro la sinistra nei vari ballottaggi, ma la competizione in chiave di politica e di governo nazionale è tra di loro. E dalle parti grilline, si trema.

PROTAGONISMO
Si teme che il protagonismo salviniano, alla luce dei risultati comunali, di fronte allo sfondamento leghista nelle regioni rosse, che se avvenisse in maniera massiccia darebbe a questo voto un significato storico, possa gonfiarsi molto più di quanto già non lo sia. Andando a pesare in tutte le partite di potere - un esempio è la Rai - che dovranno essere chiuse nelle prossime settimane. La strategia del contenimento pentastellata ha nel pareggio il suo fulcro. Ovvero: loro vincono Pisa (e Terni) e noi (oltre a confermare Ragusa) Imola. Che non è un capoluogo ma è il comune nel cuore dell'Emilia rossa governato da tre quarti di secolo dalla sinistra. E sarebbe vendibilissima per i grillini, nella lotta per non diventare subalterni a Salvini, una vittoria così.

I BIG IN CAMPO
Non a caso Di Maio, i ministri e i big grillini sono accorsi a Imola in questi giorni, come se fosse l'ultima ridotta della resistenza alla ruspa di Matteo. Naturalmente, anche altri sono i terreni della sfida il cui senso amministrativo è quasi soverchiato dal significato politico generale. C'è il match diretto, una delle battaglie madri, che dividono il governo giallo-verde. Quella di Terni. Lega contro M5S, il mio candidato contro il tuo. I pronostici favoriscono il Carroccio. Tanto è vero che Di Maio non si è fatto vedere in città, mentre Salvini ci ha messo le tende, per non dire del suo fedelissimo Candiani, ora sottosegretario al Viminale, che da tre anni come commissario e poi segretario leghista in Umbria prepara questa partita. Il cui nocciolo, che va ben oltre la dimensione locale, sta nel fatto che il Carroccio vuole confermarsi come il partito che acchiappa i voti di chi sempre ha votato a sinistra, quegli stessi voti che negli anni scorsi - in Emilia, in Toscana, nelle Marche, in Umbria, quando uscivano dalla fedeltà al Pd finivano nei 5 stelle.

NUOVO TREND
Salvini al primo turno ha invertito questa tendenza, e già alle politiche del 4 marzo si era registrata questa rilevante novità, e adesso più che mai deve dimostrare che il suo è un partito acchiappa-tutto (il partito della nazione che doveva essere fatto dall'altro Matteo, il Renzi, lo fa invece questo Matteo?). Cioè un partito capace di prosciugare Forza Italia, e sotto questo aspetto i lavori sono in fase avanzatissima, ma anche di togliere a M5S parte di quel voto pure di sinistra che ha fatto finora volare il movimento.

Nella competizione tra alleati, il tema dell'immigrazione - quasi egemone in questa tornata elettorale - gioca a tutto favore della Lega. Mentre la questione del lavoro, che è l'asset scelto da Di Maio per caratterizzare la propria vice-premiership, non si è conquistata una sua centralità. Questo è un altro squilibrio evidente. Riassumibile così: Salvini ha trovato il format - immigrati più insicurezza - replicabile in tutti gli appuntamenti elettorali, presenti e futuri, e lungo l'intera navigazione di governo, mentre Di Maio ancora non è riuscito a diventare l'autore di una propria narrazione forte. E da domani dovrà cercarla con un'urgenza ancora maggiore.

La strategia di Salvini, tutta a discapito dell'altro diarca, è composta da tre passi. Il primo è un buon successo nel voto odierno. Il secondo è capitalizzare questo voto, e la forza generale che da esso deriva ma anche dall'insieme delle iniziative di governo, in vista delle elezioni europee della primavera 2019. Il terzo passo, sia che l'esecutivo giallo-verde esista ancora sia che non esista più, è puntare sulle regionali del 2020 - a cui «già stiamo lavorando pancia a terra», come dice Candiani - dove la Toscana rossa e l'Umbria rossa possono diventare verdi. Come il Veneto, la Lombardia, il Friuli (più la Liguria e il Molise, azzurre ma anche molto salviniste). Di Maio conosce questa strategia dei tre passi dell'alleato-rivale. E sta facendo gli scongiuri, nella speranza che qualcosa si inceppi nella ruspa. Ultimo aggiornamento: 13:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA