Imola, storico ko del Pd: la città romagnola sarà guidata da Manuela Sangiorgi del M5S

Lunedì 25 Giugno 2018 di Paolo Ricci Bitti
Imola roccaforte del Pd crolla ai piedi dei grillini. Nella città di oltre 70mila abitanti, bolognese per i confini amministrativi ma fieramente romagnola, i voti del centrodestra (23%) sono passati in blocco al Movimento 5 Stelle che ha inoltre intercettato altri consistenti consensi proprio del centrosinistra. E questo nonostante un calo dell'affluenza (52% rispetto al 57% del primo turno) inferiore alla media nazionale, ma ugualmente significativo.

La candidata del centrosinistra Carmen Cappello (che al primo turno aveva preso il 42%) è avanzata così di pochi punti percentuali (44,5%) perdendo persino qualche centinaio di voti in termini assoluti (da 12.995 a 12.715), mentre Manuela Sangiorgi (M5S) partiva dal 29,3% ed ha raggiunto il 55,4% (da 9.062 a 15.819, ben più insomma della semplice addizione dei voti gialloverdi del primo turno) pur senza l'apparentamento con la Lega, mossa che si è rivelata determinante per convincere molti degli indecisi in uno scenario rossa storicamente granitico come quello imolese. Mossa dettata anche dall'esperienza che la Sangiorgi, sposata, due figli, quarantacinquenne ragioniera responsabile del patronato Uil, aveva maturato in cinque anni di puntuale opposizione al Pd in consiglio comunale e con una presenza sul territorio, sempre meno presidiato dal Pd,  sostenuta dai cinquestelle bolognesi che avevano fiutato la grande opportunità. 

Un risultato clamoroso e per nulla scontato, davvero paragonabile a quello della caduta di Bologna nel 1999: mai in 73 anni, dal Pci al Pds ai Ds e al Pd, a Imola si era registrata la necessità di un ballottaggio per eleggere il sindaco della sinistra e poi centrosinistra. E mai una donna si era affacciata con la fascia tricolare dal palazzo municipale di piazza Matteotti, cuore della città del primo parlamentare socialista, Andrea Costa, nel 1882, e della nascita e della tumultuosa crescita del movimento cooperativistico (dalle coop più piccole a quelle con dimensioni di holding internazionali e leader del mercato mondiale e delle innovazioni tecnologiche) che ha raggiunto numeri record, oggetto di studi e di ammirazione. Un movimento declinato negli ultimi venti anni anche nel mondo sociale e sanitario, in sostegno o sostituzione al welfare sempre più privo di risorse pubbliche.

Un rete capillare e massiccia che all'ombra della maestosa rocca leonardesca degli Sforza ha garantito benessere, sviluppo e resistenza per molti anni alle congiunture economiche negative. E costante consenso al Pci-Pd intrecciato a doppio filo e alimentato dalla cooperazione e fino a poco tempo fa estremamente radicato in un territorio di continue ed irrisolte tensioni fra il capoluogo regionale e la Romagna. Per molti anni Imola è riuscita a far convivere il meglio di questi due mondi, poi il declino del Pd solo in parte imputabile alle traversìe nazionali. E la prospettiva di diventare, quanto a importanza  e autonomia, un quartiere periferico di Bologna in un'entità imposta e mai ben definita quale la Città metropolitana.

Una frenata simile, negli effetti, al tracollo di un altro simbolo dell'Imola felix: un biglietto da visita che non dava un consistente reddito ma garantiva botte d'orgoglio e un'eccezionale visibilità alle attività e al modello imolese: l'autodromo "Enzo e Dino Ferrari", passato dai fasti della moto Gp (anche se allora non si chiamava così) e soprattutto della Formula Uno a una sopravvivenza legata ai concerti rock (uno l'anno se va bene) e all'affitto "ogni maledetta domenica" ai club degli appassionati di moto e auto che rombano rumorosamente sul Santerno a pochi passi dalla città. La battaglia per la Formula Uno (qui di casa dal 1979 al 2006) passava certo sulla testa degli imolesi i cui leader, tuttavia, non sono stati evidentemente in grado di raggiungere chi azionava le leve giuste per tutelare un gioiello di impianto.  

La possibilità di una clamorosa sconfitta era tuttavia nell'aria fin da prima delle politiche anche per lo scontento legato a temi come il progressivo depauperamento della sanità locale a favore di Bologna e, all'opposto, il continuo allargamento (a dispetto delle promesse) sui calanchi imolesi dell'immensa discarica per i rifiuti di tutt'Italia, una struttura divenuta una poderosa fonte di risorse solo in minima parte ricadute sulla città: due esempi di una subalternità al Pd bolognese sempre meno accettata.

Numerosi esponenti del Pd hanno inoltre preferito farsi da parte, non metterci la faccia e non tentare la successione a Daniele Manca, sindaco per dieci anni, appena eletto al Senato. Una scelta, la sua, assai controversa pure dal punto di vista legislativo per quanto riguarda i tempi delle dimissioni, che a molti imolesi è parsa piuttosto un abbandono anche se il posto in parlamento è stato da sempre - e a prescindere - garantito al sindaco uscente.

Alla fine, fra divisioni interne e in mancanza di candidati interni ritenuti capaci di vincere, si è puntato su Carmen (Carmela) Cappello, 52 anni, avvocato cassazionista, consigliera dell'Acer (case popolari dell'Emilia Romagna), ritenuta vicina all'ex sindaco Manca ma di fatto ignota a gran parte degli imolesi.

Per il Pd dell'Emilia-Romagna un campanello d'allarme assordante in vista delle regionali nel 2019.
Ultimo aggiornamento: 26 Giugno, 11:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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