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I perché di un voto/ L’urlo del Sud, anni di errori da élites e partiti

di Gianfranco Viesti
4 Minuti di Lettura
Martedì 6 Marzo 2018, 00:14

Alla fine il vento dal Sud si è levato ed è arrivato. Impetuoso, più di quanto si potesse immaginare. E, prendendo la forma di un massiccio voto per il Movimento Cinquestelle, ha deciso l’esito delle elezioni. Perché? Con il nuovo secolo tutta l’economia italiana ha rallentato. Ma dal 2011 il Sud è stato colpito di più. 

A partire dalla crisi dell’euro (2011) la recessione ha colpito in maniera molto più intensa e duratura la parte più debole del Paese: sono stati gli anni peggiori per il Sud dell’intera storia unitaria. L’occupazione si è ridotta molto, assai più che nella media nazionale, e ha recuperato nel 2016-17 poco, meno della media nazionale. Si è ridotta notevolmente la già modesta produzione industriale e l’edilizia si è fermata; per fortuna un po’ di conforto è venuto dal turismo, e dalle non poche imprese competitive che hanno resistito.

Ma non è bastato: la minore integrazione internazionale dell’economia meridionale ne ha limitato le possibilità. Si sono create e ampliate aree di disagio sociale; è cresciuta la povertà; il ceto medio si è impoverito. E’ aumentata la difficoltà di accesso a servizi essenziali, come testimoniano i tanti cittadini che non hanno potuto permettersi spese mediche.

Le politiche pubbliche non hanno contrastato questi fenomeni. Anzi, li hanno accompagnati. Nel pieno della crisi, l’austerità è stata asimmetrica territorialmente. La spesa pubblica è stata tagliata più al Sud che nel resto del paese: il suo sistema universitario, ad esempio, è stato colpito strutturalmente. La tassazione è significativamente aumentata in sede locale, per recuperare con aliquote maggiori il taglio dei trasferimenti. L’interesse per le politiche “di sviluppo” è stato modestissimo: i fondi nazionali (fondo sviluppo e coesione) hanno raggiunto i minimi storici; quelli europei hanno continuato ad essere gestiti stancamente. Dai due ultimi governi è venuto qualche squillo di tromba; mai un’azione determinata. Al contrario, essi hanno dedicato tempo e risorse a coltivare il consenso nelle aree più forti del paese: dalla decisione di investire larga parte dei modestissimi fondi per la ricerca scientifica tutti nello Human Technopole milanese, al recentissimo accordo fra lo Stato e tre regioni del Nord sulla maggiore autonomia. Forse confidenti che i tradizionali canali di consenso, le reti dei “cacicchi” locali, avrebbero comunque garantito voti. Il Mezzogiorno è divenuto sempre più una “regione che non conta”.

Non si sono registrati vistosi fenomeni di protesta sociale. Forse anche per un incremento dell’arte di arrangiarsi, con diversi aspetti preoccupanti: lo scivolamento nel sommerso, l’accrescersi dell’influenza della criminalità. Ne sappiamo poco: per il Sud continuiamo ad accontentarci di rappresentazioni stereotipate, a non promuovere ricerche, indagini, riflessioni, discussioni sulle sue complessità. Sappiamo però che si sono diffusi preoccupati interrogativi: che succederà quando non ci sarà più la pensione? che sarà di mio figlio che prende la valigia e parte (e tocca in parte mantenerlo)? che sarà dei risparmi di famiglia con un mercato immobiliare con prezzi che cedono e poche compravendite? Come mostrano anche le dinamiche demografiche, il Mezzogiorno è divenuto sempre più una regione senza una ragionevole speranza nel proprio futuro: una terra di case vuote; o di case con le stanze vuote: quelle dei figli.

C’era grande incertezza sul comportamento elettorale. Si temeva una forte astensione. Era facile attendersi un calo dei consensi per il governo uscente. Era dubbio che dilagasse la Lega (la cui anima nordista resta certamente vivissima sotto le maschere). Ma, si pensava, i meridionali votano particolaristicamente e clientelarmente, solo se ne hanno convenienza: vedrete che alla fine i mediatori di voti, a destra e sinistra, lo imbriglieranno; altrimenti staranno a casa. Ancora pochi mesi fa la Sicilia non aveva forse consegnato una netta vittoria al centrodestra?

E invece i meridionali si sono diligentemente recati ai seggi e hanno impugnato la matita. Ed è arrivato il vento: anche da noi “la vendetta dei luoghi che non contano”, come nel Midwest, nel Nord dell’Inghilterra, nelle aree rurali della Germania Est. Un voto “contro”. Un voto massiccio per un partito senza alcun volto noto sul territorio (anzi con candidati reclutati con metodi che destano grandi perplessità), senza alcun canale rodato di favori. Con proposte assai vaghe e esperienze di governo locale non certo esaltanti. Si dirà: il Sud ha seguito la sirena del reddito di cittadinanza, ha espresso una richiesta di nuove risorse, di nuove reti di protezione e nuovi mediatori. Può darsi. Ma può darsi anche che il Sud abbia voluto far sentire, nelle forme della democrazia rappresentativa, la sua opinione, il suo scontento, la sua rabbia. La sua richiesta di diritti di cittadinanza pari a quelli del resto del paese; di un futuro in cui sperare, in cui investire. 

Il grande economista dello sviluppo Alfred Hirschmann parlava di tre comportamenti possibili nell’agire umano: la lealtà, l’uscita, o la “voce”. Chissà che ad un certo punto della sua storia il Mezzogiorno, dopo decenni di lealtà ad un ceto politico sempre più immiserito, e di fronte all’ipotesi dell’uscita astensionista, non abbia invece voluto sperimentare la terza ipotesi: alzare la voce per farsi sentire, gridare per non piegare la testa o voltarla dall’altra parte. Un voto che non porta lontano, di cui gli stessi meridionali si pentiranno? Può darsi, vedremo. Ma intanto il Sud dimenticato e che non conta niente ha deciso le elezioni, e ci ha insegnato che vale la pena di capirlo meglio, di provare a coltivare le sue energie migliori, di restituire una prospettiva ai suoi cittadini; di prenderlo un po’ più sul serio.

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