Scuola, intervista al ministro Bussetti: «L’Invalsi non basta, cambiamo le prove per valutare i ragazzi»

Domenica 9 Settembre 2018 di Lorena Loiacono
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Da domani torneranno sui banchi di scuola quasi 8 milioni di studenti, regione per regione a scaglioni in giorni diversi. Prende il via il primo anno scolastico targato Marco Bussetti. Sarà diverso dai precedenti? «In realtà l’anno si avvia con le vecchie regole, sono arrivato al ministero il 1° giugno, troppo tardi per fare grandi cambiamenti. Tuttavia ho da subito eliminato alcune criticità della Buona Scuola per riportare ordine e serenità e garantire un clima di collaborazione tra tutte le componenti del mondo della scuola. Vorrei che i nostri ragazzi trovassero scuole sicure, accoglienti e belle. Vorrei, ad esempio, che nelle scuole ci fossero gli armadietti per tutti i ragazzi. Sarebbe un modo più concreto per rendere la scuola in ambiente vivo e pieno di stimoli».

È delle ultime ore la sospensione dell’obbligatorietà del test Invalsi per l’ammissione alla maturità. Che cosa ne pensa? È possibile trovare altre procedure per valutare il sistema di istruzione?
«Le prove Invalsi si faranno, ma non saranno prescrittive ai fini dell’esame di Stato. Anche questo rinvio è una decisione di buon senso. Ci sarebbe stata, per la prima volta, una prova di inglese che gli studenti avrebbero affrontato senza avere mai avuto il tempo di sperimentare. Assurdo. La prova rimane come rilevazione degli apprendimenti, come valutazione di sistema. E poi sì, bisogna pensare anche ad altre forme di valutazione non solo degli apprendimenti ma delle soft skills (le capacità personali nell’affrontare problemi e difficoltà, ndr) come fanno molti Paesi dell’Ocse».

I risultati del test Invalsi disegnano una scuola a due velocità: Nord e Sud. Come potenziare le scuole del Sud? 
«Non mi piace ragionare in termini di Nord e Sud perché il rischio è quello di generalizzare. Le scuole che presentano delle criticità vanno sostenute e potenziate. Più tempo pieno, maggior attenzione alle competenze di base, programmi di sostegno al metodo di studio. Per combattere la povertà educativa l’unica medicina è fare più scuola».

Si è deciso di rinviare l’obbligatorietà anche per l’alternanza scuola lavoro, la cui organizzazione ha comportato tante difficoltà per le scuole in questi anni. Come si può semplificare il compito degli istituti?
«Fare esperienze di alternanza è molto importante. Per orientarsi sia nel mondo del lavoro sia nelle università. Tuttavia dobbiamo ricordare che l’Italia è molto variegata. Esistono territori con profonde differenze. Le esperienze che si possono fare nelle grandi città non possono essere fatte nelle campagne. Per questo è giusto dare un numero minimo di ore di alternanza da fare e contare sull’autonomia piena delle scuole. Ciascuna scuola potrà scegliere il percorso di alternanza e la durata con un numero minimo di ore di base. E ovviamente bisognerà sostenerle. Non è la quantità ad essere importante, ma la qualità dei percorsi».

Internet da quest’anno entra in classe, con smartphone e tablet in mano ai ragazzi come strumenti didattici: è la strada giusta?
«Ricordiamoci sempre che una buona lezione è fatta da un buon maestro. Gli strumenti sono funzionali al clima relazionale e metodologico della classe. Certo poi la tecnologia avanza e dobbiamo imparare usarla nel miglior modo possibile».

Gli studenti, in un recente sondaggio pubblicato da “Il Messaggero”, ci dicono che spesso i docenti non sono pronti ad usare la tecnologia in classe. Come potrebbero essere aiutati? 
«Prima di tutto ricordiamoci che la scuola è un mondo complesso, che ha a che fare con diverse intelligenze. Puntiamo sul rispetto dei ruoli e diffidiamo dal facile giudizio. Usare la tecnologia non significa usare i social. I docenti si stanno formando e gli studenti devono imparare che la tecnologia ha una sua grammatica, complessa come l’algebra e la geometria».

Dallo stesso sondaggio risulta che la maggioranza degli studenti usa il cellulare in classe per chattare. Che strumenti hanno i docenti per impedire gli abusi?
«Discorso complicato. La cosa fondamentale è sempre stringere un’alleanza educativa, dichiarare regole chiare e certe. In questo le famiglie possono esserci di grande aiuto. A volte capita anche che lo studente, in diretta, racconti alla mamma tramite messaggio il voto che ha preso in classe».

Per i ragazzi che non possiedono dispositivi personali, la scuola come interviene? 
«Le nostre scuole si stanno ormai attrezzando, anche grazie a programmi operativi nazionali che hanno permesso e permetteranno nei prossimi anni di lavorare molto sulle nuove tecnologie acquistando dispositivi di varia natura e lasciandoli in dotazione degli studenti». 

Il Consiglio di Stato ha permesso alle famiglie di mandare a scuola i bambini con il panino da casa. Come vigilare sulla salute dei bambini allergici?
«Bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa sia davvero importante nella scuola. Ad esempio la mensa prima ancora che luogo dove si pranza è un luogo dove si condividono momenti relazionali importanti. Il valore di stare a tavola tutti insieme e mangiare, magari anche qualcosa che non ci piace, è molto più importante della scelta del cibo. A scuola si consumano spesso battaglie ideologiche che andrebbero fatte in altre sedi».

A proposito di vigilanza, per l’obbligo vaccinale è sufficiente un’autocertificazione. I presidi non sono d’accordo. E lei? 
«Su questo mi rimetto interamente alle decisioni del Parlamento». 

A volte però il Parlmento tra proposte e contro proposte alimenta confusione tra le famiglie. Vuole fare un appello ai politici per frenare le polemiche? 
«Ma un appello lo farei proprio a tutti. In Italia siamo tutti un po’ ct della Nazionale e insegnanti. Se cominciassimo a pensare alla scuola come luogo di condivisione di crescita, il nostro Paese avrebbe sicuramente un futuro migliore». Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 01:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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