Infezioni contratte in ospedale, in Europa 37mila morti in un anno

Domenica 12 Agosto 2018
Dietro ai numeri dei rapporti sanitari internazionali ci sono storie come quella del neonato morto a Brescia per una infezione ospedaliera, fenomeno che conta 7.000 morto l'anno in Italia e 37 mila in Europa. Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Staphylococcus aureus e Streptococcus pneumoniae, ma anche Serratia Marcescens (quest'ultimo ha costretto alla chiusura del reparto a Brescia dove si è sviluppato il focolaio) sono i nemici contro i quali si combatte nelle corsie. Questi batteri hanno sviluppato una resistenza agli antibiotici, diventati ormai armi spuntate nelle mani dei medici. Dopo decenni di utilizzo, a volte selvaggio, di questi straordinari farmaci che continuano a salvare la vita a milioni e milioni di persone, continua ad aumentare il numero dei paziente colpiti da batteri resistenti ai farmaci che nelle infezioni ospedaliere diventano un pericolo anche letale. Sono ormai almeno mezzo milione nel mondo, le persone ogni anno colpite da infezioni resistenti agli antibiotici, ovvero da malattie infettive un tempo curabili. Il primo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sulla sorveglianza dell'antibioticoresistenza, afferma addirittura che la stima è di molto inferiore ai dati reali. Da diversi anni per arginare il fenomeno, in attesa che l'industria del farmaco sia in grado di produrre nuove molecole in grado di colpire questi superbatteri, si moltiplica l'imposizione di attente pratiche in corsia per evitare il contagio fra i pazienti, a partire dalla regola primaria del lavaggio frequente delle mani degli operatori sanitari. Un accurato lavaggio delle mani potrebbe prevenire circa il 20-30% delle infezioni contratte in ospedale, problema che in Europa riguarda ogni anno circa 4,1 milioni di persone ricoverate, riducendo nella stessa proporzione anche il numero di morti. Si sperimentano poi armi nuove. Fra questa ci sono detergenti a base di batteri 'buonì capaci appunto di sconfiggere quelli 'cattivì che causano le infezioni negli ospedali, come ha dimostrato uno studio condotto da diverse università italiane. © RIPRODUZIONE RISERVATA