La Venere e Rohani/Ma la civiltà di Roma non è oscurata da un pannello

di Mario Ajello
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- Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio, 00:05


Tanto rumore per nulla. Questa la morale delle veneri coperte. Non di suicidio culturale s’è trattato, ma di omaggio all’ospite iraniano. Una cortesia diplomatica che non scalfisce affatto la nostra cultura inossidabile di cui essere orgogliosi, tanto da poterla esibire quando vogliamo. Roma è la capitale della cultura, della storia e della religione più diffusa. È il simbolo dell’Italia e una città-mondo. Un Paese così dovrebbe preoccuparsi per qualche statua coperta per poche ore?
 
Dovrebbe temere che la sua identità plurimillenaria sia stata appannata a causa di quattro pezzi di compensato intorno ai nudi in un museo, dove non si è verificato nessun atto di damnatio memoriae o di sottomissione culturale al presidente Rohani? Ma figuriamoci. L’hanno chiamata gaffe e invece l’episodio - spazzata via l’ondata emotiva con annesso piagnisteo delle prime ore - appare per quello che è: un successo che andava trattato come tale e soltanto un deficit di patriottismo, l’ennesimo, lo ha ridotto a solito spettacolino non degno di un grande Paese. 
Gaffe? È solo un segno della nostra forza identitaria l’avere fatto la scelta flessibile di mettere le “braghe” alla Venere esquilina. Ben sapendo che non si tratta di mutandoni permanenti, in stile vaticano, ma di un pannello subito rimosso, solo in forma di rispetto verso un partner internazionale di enorme importanza per l’Italia. E non solo.

Basterebbe il buon senso popolare - e non a caso in queste ore non si registra nessun allarme tra i cittadini romani per l’episodio delle statue, anzi - per capire che se si vuole ottenere qualcosa da un invitato ben disposto bisogna metterlo a proprio agio. Semmai, si doveva evitare di ricadere nella consueta sindrome di Tafazzi per cui, mentre si stava concludendo un’operazione diplomatica che tutti ci invidiano, ci siamo inutilmente coperti il capo di cenere. 
Ci vuole ben altro, e non questa piccola vicenda amplificata, per sfregiare una cultura come la nostra che affonda le sue radici nella grandezza dell’impero romano. E l’escamotage di velare qualche statua nella sala del museo - mirata a uno scopo preciso di natura politica ed economica - non autorizza certo a parlare di oscuramento di una civiltà. La quale è forte di per sè. Ippolito Nievo sosteneva che «Roma è la lupa che ci nutre dalle sue mammelle e chi non beve quel latte non si intende del mondo». Questo è il posto meno provinciale della terra e soltanto chi è provinciale ha bisogno di ammantarsi di uno scudo di purismo perché non può permettersi la flessibilità di chi si sente forte. 
 
A ripensarci, ebbe un senso molto pragmatico - al netto di certe esagerazioni dello stile Berlusconi - l’accoglienza che fu riservata a Gheddafi in visita a Roma, con tutta la sua carovana di amazzoni e beduini accampata intorno alla tenda del rais a Villa Pamphili. Il leader libico, dopo quel soggiorno romano allestito secondo i suoi gusti iper-folk, si adoperò per bloccare il flusso dei migranti e rinsaldò i rapporti commerciali con il nostro Paese. E del resto uno Stato ex coloniale che si è sempre sentito potente, l’Inghilterra, non aveva messo nel 2008 a disposizione i prati di fronte a Buckingham Palace per Gheddafi e per il suo circo africanista, in modo da tenerseli buoni in vista di grandi affari? Così si comportano le nazioni che credono in se stesse, e non temono di venire giudicate sulla base delle apparenze. Se ci si sente consapevoli di ciò che si è, ci si può permettere anche di coprire un proprio bene, come i marmi nudi delle veneri, senza per questo laicamente soffrire alcunché. 

Parigi val bene una messa è il motto che spiega il pragmatismo in politica. Roma in questa occasione l’ha adottata su se stessa. Ma la messa, o la messinscena, è stata laica. E Rohani se n’è andato tutto contento.

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