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Unioni civili, in Senato un voto storico tra sbadigli, battutacce e fughe

Giovanardi e Formigoni
di Mario Ajello
4 Minuti di Lettura
Venerdì 26 Febbraio 2016, 09:15
Non è la rivoluzione del diritto di famiglia che alcuni, ma chissà quanti davvero, speravano. Ma una svolta per la vita delle coppie italiane, sia pure tronca e parziale, mezza piena e mezza vuota, il voto del Senato l'ha messa in atto. L'Europa ci guardava, e da tempo ci aveva chiesto di adeguarci o almeno di avvicinarci in materia di unioni civili alle leggi in vigore negli altri Paesi, e una risposta le è stata data. I cittadini o almeno la civiltà pretendevano che la politica su questioni così importanti riuscisse a prendere una decisione, e la decisione in qualche maniera è stata presa, sia pure dopo tatticismi e ripicche, scontri tra piazze e scimmiottature di crociate, lacerazioni nei partiti e psicodrammi personali.

Come quello di Monica Cirinnà che ieri era tutta gongolante - «Bella riforma!» - ma lei stessa aveva detto che se la sua riforma fosse stata riformata ne avrebbe rifiutato la maternità. E invece: che gioia la senatrice convinta che «abbiamo postato a termine una battaglia storica». E la sinistra del Pd che aveva giurato «mai e poi mai passeremo dall'abbraccio con i 5 stelle a quello con Ncd»? Hanno assistito ieri in aula al trionfo dei cattolici centristi e hanno finto di credere che quella fosse una vittoria anche loro. Insomma, quante volte la politica italiana ha dimostrato di non saper stare all'altezza dei momenti cruciali della nostra storia. E questa volta sembra che sia una di quelle.

STRAPUNTINI
Basta orecchiare, mentre stanno entrando ufficialmente in maggioranza, i desideri e i piani della truppa verdiniana che fanno da sottofondo ai discorsi in aula dove qualche oratore si appella al Vangelo e il leghista Centinaio bolla come «Giuda da 30 denari» i cattolici di governo che prima vanno al Family Day e poi votano questa «porcata», o dove si disquisisce in maniera fintamente profondista sul «delitto d'onore» (tra citazioni esplicite e implicite al romanzo di Giovanni Arpino così intitolato e a «Divorzio all'italiana» di Pietro Germi che anche di questo parla), o dove si sdottoreggia di «obbligo di fedeltà» («Lo avete voluto togliere alle coppie omosessuali, per dare loro la patente di promiscuità», grida dall'opposizione la senatrice De Petris).
 
I verdiniani, in tutto ciò, si chiedono vicendevolmente: conviene avere le poltrone di governo subito dopo il referendum costituzionale di ottobre come ricompensa per aver contribuito alla «probabilissima» vittoria - e questa è la linea del generale Denis - oppure meglio avere i posti subito, come fanno notare alcuni colonnelli di Ala, perchè Renzi dopo la partita dell'autunno potrebbe volere subito le elezioni e noi restiamo all'asciutto? Dilemmi etici anche questi, evidentemente, mentre di vere questioni di coscienza si sarebbe dovuto parlare a Palazzo Madama.

E a parte il senatore Manconi del Pd, intervenuto in dissenso con il Pd, quasi nessuno lo ha fatto. Ma lui sì: «In questo disegno di legge, la dignità si affaccia ma non è adeguatamente sostenuta». Intanto un gruppo di dem, per ripicca contro il fatto che l'obbligo di fedeltà non è stato previsto per le coppie omosessuali, presenta un disegno di legge - prima firmataria la parlamentare Cantini - che dice: allora togliamo questo vincolo anche ai matrimoni tradizionali! O ancora.

In un angolo del salone Garibaldi, il quale era notoriamente poligamo, Marcello Villari, ex berlusconiano approdato in Gal ma buon amico di Verdini, propone sorridendo: «Secondo me andrebbe stabilita per legge anche la liceità del matrimonio a tre come quello del cantante Pupo: lui, lei e l'altra». Risate. Mentre in aula il berlusconiano Nitto Palma afferma, senza ridere, che «sei io fossi Cicerone....». Ma non lo è. Il verdiniano-craxiano Barani annuncia che «questo è uno spartiacque storico. Qui siamo al Rubicone». E Calderoli lancia il suo anatema: «Chi vota la legge va all'inferno e Renzi concorre con Lucifero». A sua volta la fittiana Cinzia Bonfrisco regala un'immagine: «Questa è una legge Frankenstein».

CANE E PADRONE
Si sta facendo la storia in questa giornata? Si dovrebbe, se non fosse per Giovanardi: «E allora, facciamo le unioni anche per cane e padrone». «Ma andatevene tutti aff....!», sbotta il pentastellato Airola. Scuotendo, e prima che si arrivi al voto non sono pochi, i senatori mezzi-appisolati o sbadiglianti. E non fermando tutti quelli pronti a scappare a casa, con il trolley che quasi sbuffa gas e vorrebbe sgommarsene via, perchè va bene che si sta cambiando la storia ma la sacralità del week end è più importante della sacralità del matrimonio da difendere o da modificare. Poi, finalmente, si chiude il sipario e per fortuna: è rimasto aperto fin troppo.
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