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Unioni civili, sì del senato con 18 voti dei verdiniani. Renzi: vince l'amore. Polemica su Alfano

Monica Cirinnà
di Emilio Pucci
4 Minuti di Lettura
Venerdì 26 Febbraio 2016, 09:11 - Ultimo aggiornamento: 14:45

«Abbiamo dato un contributo essenziale, il nostro voto è stato fondamentale», esulta Verdini. «I suoi voti non sono stati determinanti ma aggiuntivi», replicano i dem. Il via libera della legge sulle unioni civili, che passano ora alla Camera, era scontato. Ma l'asticella dei sì si è fermata a 173 (71 i no, M5S ha abbandonato l'Aula). Mancano all'appello sei senatori di Ap (Formigoni, Sacconi, Di Biagio, Esposito, Albertini, Marinello), tre del Pd (Zavoli, assente per malattia, Casson e Manconi), per la prima volta hanno votato la fiducia l'ex M5s Fucksia e l'ex FI Villari. Senza i 18 guidati dall'ex coordinatore azzurro (uno del gruppo, Scavone, era all'estero) si sarebbe arrivati a 155, sotto la quota della maggioranza assoluta fissata a 161. Ed è subito polemica.


IL PASSAGGIO
«Non c'e' alcuna implicazione politica. Non viene certificato alcun passaggio di Verdini nella maggioranza», è lo stop imposto da Orlando, «se ci dovesse essere un allargamento strutturale bisognerebbe discuterne», aggiunge il ministro della Giustizia. «La verità è che Verdini non entrerà mai al governo, il suo ruolo è fare da contraltare ad Alfano», ribadiscono i renziani. Il premier, che a sera incassa anche le «congratulations» di Obama, preferisce puntare tutto sulla sostanza: «Questa giornata – dice - resterà nella cronaca di questa legislatura e nella storia del nostro Paese».

Ed ancora: «Tanti cittadini italiani ora si sentiranno meno soli, più comunità. Ha vinto la speranza contro la paura. Ha vinto il coraggio contro la discriminazione. Ha vinto l'amore». Anche Alfano canta vittoria: «Abbiamo impedito una rivoluzione contronatura e antropologica», dice, «credo sia stato un nostro risultato se ha vinto il buon senso». Ma questa sua frase si attira le polemiche di tutti gli alleati.

A palazzo Madama fari puntati sull'ex braccio destro di Berlusconi. Il leader di Ala ha riunito i suoi in mattinata, silenziando i malpancisti (D'Anna non ha neanche partecipato all'incontro) irritati per i continui attacchi da parte dei bersaniani. «A piccoli passi ci avviciniamo alla maggioranza, ma dobbiamo stare calmi. Siamo – il ragionamento di Verdini - i custodi delle riforme, altri devono dire che senza di noi non c'è più la legislatura o che Renzi deve andare al Quirinale». Barani poi prende la parola in Aula annunciando il voto favorevole alla fiducia: «Non è mercimonio ma coerenza». «Torna ad Hammamet», gli gridano i grillini, mentre FI e Lega chiamano in causa il Colle e in una conferenza stampa congiunta attaccano i centristi «Giuda» che si sono «venduti per 30 denari».

Replica a stretto giro di Ap con Schifani, Lupi e Costa che si presentano davanti ai microfoni per sottolineare i successi ottenuti, promettere battaglia alla Camera «perché il testo non è blindato» e ribadire che la riforma delle adozioni non è più all'ordine del giorno. Ma il più duro è Gandolfini che a poche ore dal voto di fiducia si scaraventa al Senato per lanciare un messaggio chiaro al Renzi: «La legge sulle unioni civili? Ce ne ricorderemo al referendum, e ci ricorderemo del premier in particolare».

La risposta del presidente del Consiglio al promotore del family day non si fa attendere: «Se come minaccia qualcuno, io andrò a casa perché colpevole di aver ampliato i diritti senza aver fatto male a nessuno, lo farò a testa alta. Perché oggi l'Italia è un Paese più forte». Il premier spiega: «Abbiamo legato la permanenza in vita del governo a una battaglia per i diritti, mettendo la fiducia. Non era accaduto prima, non è stato facile adesso. Ma era giusto».

Calderoli definisce Renzi «un satanasso che finirà all'inferno», per Fi «quella del premier è una vittoria di Pirro». «Questa è la nostra legge», rivendica, invece, Zanda, «grazie al governo che ci ha messo la faccia», rilancia Marcucci. Soddisfatti i cattodem («sintesi degna di grande partito plurale»). Nel Pd resta la ferita dello stralcio della stepchild adoption («un buco nel cuore», per la Cirinnà).

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