Salvini vince il match con Di Maio e si prepara a dettare l'agenda

Lunedì 25 Giugno 2018 di Marco Conti
La sfida tra i due vicepremier lascia il grillino al tappeto. Buona parte del risultato di ieri è frutto del primo turno e il M5S il risultato negativo lo aveva in parte messo in conto. Spariti dalla maggior parte dei ballottaggi i grillini si piegano alla Lega sovranista di Salvini che trascina un centrodestra dove FI è relegata in un ruolo da comprimaria. Perdere la sfida diretta di Terni, e lasciare al candidato leghista la poltrona di sindaco che per decenni è stata della sinistra, significa per il M5S arretrare ancora più a Sud la linea di galleggiamento. Sarà colpa degli elettori o forse della storia, ma dirsi nè di destra nè di sinistra non paga quando lo scontro è con un partito che non fa mistero della sua identità oltre che della sua collocazione europea ben piantata nella destra sovranista.


Assente dalle sfide nei capoluoghi, il M5S subisce ora l'exploit della Lega e del suo leader che, dopo i risultati di ieri sera, avrà argomenti in più per continuare a dettare la linea al governo Conte. I grillini vincono a Imola, Pomezia e Avellino, ma perdono a Ragusa e nella terza circoscrizione di Roma che per estensione e abitanti è ben oltre Terni o Avellino. Soprattutto i grillini perdono dove hanno governato e vincono dove erano all'opposizione.
Il vento del 4 marzo spira per le forze di governo ma quasi solo per la Lega e, in senso contrario, per il Pd che al primo turno sembrava poter contenere la sconfitta essendo riuscita a mandare al ballottaggio molti dei suoi sindaci uscenti che però hanno poi perso come dimostra ciò che è accaduto in Toscana dove ormai resiste solo Firenze. Al Nazareno hanno incrociato le dita per tutto il giorno, ma ciò che sembra emergere è che in molti comuni l'elettore grillino, privo del suo candidato, ha preferito dare il suo voto al candidato del centrodestra. Dai risultati di ieri emerge che il partito guidato da Martina - sconfitto anche ad Imola - non ha ancora smaltito gli effetti negativi del voto del 4 marzo e la sensazione è che occorrerà ancora tempo prima che i Dem riescano ad invertire la rotta.

I TAGLI
A venti giorni dalla formazione del governo l'effetto luna di miele persiste anche se ne trae maggior vantaggio soprattutto una sola delle due forze politiche. La campagna contro gli immigrati ha più o meno funzionato dappertutto, come dimostra il risultato di Imola dove il Pd perde.

Lo scontro sull'immigrato premia la Lega e il centrodestra, ma sembra funzionare meno sull'elettore grillino. Non a caso, pochi giorni fa, Di Maio per provare a cambiare la narrazione del governo, ha cercato di contenere l'esuberanza dell'alleato rilanciando il tema delle cosiddette pensioni d'oro - che dovrebbero essere tagliate se non coperte da adeguati contributi - e del reddito di cittadinanza. Domani sarà a Roma Davide Casaleggio e il giorno dopo arriverà Beppe Grillo. La sensazione è che i due provino a far quadrato rispetto ad una situazione interna all'alleanza molto sbilanciata a favore della Lega. Sorprendono i dati forniti da Openpolis secondo i quali il Carroccio ha spuntato il 53,57% degli incarichi parlamentari (presidenze di commissioni, vice e segretari). Segno, per qualcuno del M5S, di un rapporto sbilanciato che va riportato alle proporzioni del 4 marzo. Ovvero di una Lega al 17 e di un M5S al 32 per cento.

A metà settimana Di Maio parlerà a palazzo Madama degli incidenti sul lavoro, ma il ministro dello Sviluppo è atteso alla prova del primo decreto che dovrebbe occuparsi degli ammortizzatori sociali in deroga e che potrebbe contenere anche degli elementi del più volte annunciato Decreto dignità. Rider compresi.

IL MODELLO
Ma Salvini esce dal voto di ieri rafforzato non solo nel rapporto con il M5S, ma anche rispetto a Forza Italia. Il partito di Berlusconi è in sonno stretto tra l'esigenza di non turbare i rapporti con l'alleato e la necessità di una riorganizzazione troppo a lungo rimandata. Ieri, intervistato da La Stampa, il governatore della Liguria Giovanni Toti ha rilanciato l'esigenza di una «profonda ristrutturazione» di FI. Alla reazione stizzita di molti maggiorenti azzurri, dalla Gelmini alla Carfagna, si è però unito ieri notte il risultato per Toti non brillante ottenuto ad Imperia. Nella città ligure un vecchio leone come l'ex ministro Claudio Scajola, dopo aver battuto i candidati della Lega e del M5S, ha battuto ieri anche il nemico casalingo, Luca Lanteri, e il modello Toti. Ovvero di una FI di fatto subalterna alla Lega e pronta al partito unico. Sembra difficile che il risultato di Imperia non rilanci la prospettiva di un centro autonomo dalla destra anti-euro rappresentata dalla Lega. © RIPRODUZIONE RISERVATA