Senato, oggi il varo, ma c'è la bagarre. Ex capi di Stato, il seggio resta a vita

Venerdì 8 Agosto 2014 di Mario Stanganelli
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Per un organismo che redige l’atto di chiusura dei suoi 13 lustri di onorevole storia, lo scenario poteva certo essere più composto. Ma l’aula del Senato, che ieri ha concluso l’esame dei 40 articoli della riforma che lo manda definitivamente in soffitta, è stata ancora una volta teatro di una bagarre istituzionale. Protagonisti assoluti i senatori grillini scagliatisi a più riprese contro il presidente Grasso colpevole di non dare spazio alle sceneggiate e al loro pianto greco per «la morte della democrazia».



In una giornata che correva verso la prima delle quattro letture previste per le riforme della Costituzione, le ostilità sono iniziate con la scoperta, da parte grillina, che qualche senatore per aggirare la noia di centinaia di votazioni su indistinguibili emendamenti aveva scorrettamente riesumato un trucco dei ”pianisti“: una pallina di carta sul pulsante che rendeva possibile il voto anche in assenza del titolare dello scranno. Pallina che, assieme ad altre, veniva poco dopo lanciata contro un solerte senatore grillino, Lello Campolillo, che era andato a rimuoverla e che furibondo intimava a Grasso l’annullamento della votazione e l’espulsione dei colpevoli. Inutile il tentativo di sdrammatizzare del presidente che, condannati i pianisti, faceva rilevare a Campolillo che nessuna pallina lo aveva colpirlo. Peggio sarebbe andata qualche ora dopo quando un altro M5S, Stefano Lucidi, si imbavagliava in aula opponendo fiera resistenza ai commessi che cercavano, tra le urla dei grillini, di eseguire l’ordine di espulsione di Grasso. Il quale, dopo aver sospeso la seduta, si beccava una gragnuola di accuse di «servilismo verso la maggioranza».



Comunque, in serata, i 40 articoli della riforma ottenevano il visto di palazzo Madama, premessa al via libera al ddl che verrà nella tarda mattinata di oggi. Fine del bicameralismo paritario tra Camera e Senato. Istituita la corsia preferenziale per i ddl del governo. Abolite Province e Cnel. Nuove regole per i referendum, tra cui quello propositivo. Stabilito che i cinque membri della Consulta di nomina parlamentare saranno eletti, in sedute separate, tre dalla Camera e due dal Senato. Si è anche rimediato a una svista nel testo del ddl, che fissa a 5 il numero massimo dei senatori a vita, che oggi sono già 5, norma che avrebbe impedito a Giorgio Napolitano di diventarlo a fine mandato. Un emendamento di Anna Finocchiaro ha provveduto a espungere gli ex capi di stato da questo calcolo, permettendo quindi a Napolitano di sedere nel nuovo Senato che, se per quella data non verrà a mancare nessuno, sforerebbe il tetto dei 100 membri.



Ma all’ultimo coup de théatre di ieri ha provveduto Roberto Calderoli con un emendamento che condizionava l’entrata in vigore della riforma alla prima scadenza naturale di entrambe le Camere. Quasi un’uscita goliardica, che Grasso dichiarava inammissibile «in quanto la scadenza naturale delle Camere potrebbe, teoricamente, non avvenire mai». Il padre del porcellum ripiegava allora su un nuovo emendamento che differiva la riforma a «non prima del 18 novembre 2016». Ulteriore e ultima mossa del senatore leghista la trasformazione della proposta in ordine del giorno per impegnare il governo a compiere tutti gli atti per non interrompere la legislatura prima di quella data. Odg approvato a larga maggioranza, ma non da Pier Ferdinando Casini: «Con questo odg ci facciamo ridere dietro...». Ultimo aggiornamento: 11:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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