Riforme, sul tavolo della trattativa torna l'ipotesi ritocchi all'Italicum

Matteo Renzi
di Marco Conti
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Venerdì 18 Settembre 2015, 06:25 - Ultimo aggiornamento: 13:55
Siamo alla tentazione. Forte però a tal punto che ieri ha varcato il portone di palazzo Chigi, per arrivare a palazzo Grazioli, e che un renziano doc spiega così: «Vediamo come va in Senato sull'articolo 2. Aspettiamo cosa dirà Grasso poi, una volta stabilito che sulle riforme costituzionali indietro non si torna, Renzi potrebbe riaprire la partita cercando un'intesa con Forza Italia, Ncd e sinistra dem sulla legge elettorale. A patto però che cessino le barricate sulla riforma».



CAMBIO

L'offerta ruoterebbe sulla possibilità di modificare l'Italicum rivedendo il premio di maggioranza destinato ora al partito, e che invece potrebbe tornare di coalizione com'era nella bozza iniziale. Una sorta di «baby patto del Nazareno», come lo definisce Roberto D'Alimonte, professore e di fatto padre della nuova legge elettorale. Un patto del Nazareno però allargato al Ncd e alla sinistra interna del Pd, o almeno a quella parte che medita la scissione contando poi di rientrare in un'alleanza col Pd.



Se il M5S rischia di essere il partito più penalizzato dal ritorno delle coalizioni, il primo destinatario dell'offerta renziana resta Forza Italia e Silvio Berlusconi insieme a tutta quell'area di centrodestra che rischia di restare fuori da una contesa elettorale che, con il premio al partito, rischia di essere affare solo del Pd e del M5S. Il timore di trasformare l'intera riforma delle istituzioni - legge elettorale compresa - in una sorta di tela di Penelope ha spinto anche di recente il premier a sostenere che «l'Italicum non si tocca». Una volta portata a casa la riforma costituzionale - grazie ad un'intesa allargata e salvato il principio del doppio turno che è il punto cardine dell'Italicum - la trattativa sarebbe molto più facile. Se questa sarà la strada lo si vedrà a breve.



Forse anche nella direzione del Pd che Renzi ha convocato per lunedì. Resta però evidente che, dopo i muscoli sfoggiati in questi giorni, i pontieri sono al lavoro per cercare una soluzione che aiuti il lavoro del presidente Grasso e permetta una più ampia condivisione delle riforme. L'interesse di Forza Italia a cambiare il premio di maggioranza Silvio Berlusconi lo ha ribadito l'altra sera incontrando a palazzo Grazioli il capogruppo di palazzo Madama Paolo Romani, il capogruppo della Camera di FI e Anna Maria Bernini, la senatrice che in commissione Affari costituzionali sta seguendo la riforma.



SLITTINO

Trattative per svelenire il clima sono in corso anche con la Lega. Ieri Roberto Calderoli ha promesso di presentare «milioni di emendamenti». Un'eventualità che rischia di rallentare di molto i lavori dell'aula e di far slittare di un'ulteriore settimana l'avvio dei lavori in aula. Di slittamento in slittamento si rischia però di finire con l'avvio della sessione di bilancio che potrebbe bloccare tutto e non permettere a Renzi di rispettare il calendario del referendum confermativo che si dovrebbe tenere a giugno del prossimo anno. Prima di dirsi disponibile a qualunque trattativa, Renzi vuole però incassare a palazzo Madama il ”sì” alla riforma disinnescando subito la possibile modifica dell'articolo 2.



La tensione tra palazzo Chigi e il presidente del Senato Pietro Grasso resta alta. Ieri il presidente del Consiglio ha di fatto confermato l'indiscrezione riportata ieri. Ovvero che un via libera alla riscrittura dell'articolo 2 affosserebbe l'intera riforma al punto che il governo potrebbe decidere di presentare un unico emendamento soppressivo del Senato. Per cercare di disinnescare la valanga di emendamenti all'articolo 2 la maggioranza del Pd si appresta a presentare un emendamento nel quale si inserisce il listino alle regionali attraverso il quale gli elettori dovrebbero scegliere i senatori.



Ovviamente preoccupato per il clima che si sta creando in Parlamento è anche il Capo dello Stato. Sergio Mattarella, tirato per la giacca da M5S e FI non intende intervenire mentre il Parlamento discute e al tempio stesso non è il secondo grado di giudizio rispetto al presidente del Senato.