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Renzi e Padoan non si arrendono: resta possibile l'intesa in extremis

Renzi e Padoan non si arrendono: resta possibile l'intesa in extremis
di Alberto Gentili
3 Minuti di Lettura
Lunedì 25 Maggio 2015, 06:18 - Ultimo aggiornamento: 07:44
ROMA - Matteo Renzi, esattamente come Pier Carlo Padoan, è «preoccupato». Ed esattamente come il suo ministro dell'Economia, il premier spera che non ci sia alcuna Grexit. «La nostra speranza è che Alexis Tsipras, gettando al macero buona parte delle sue promesse elettorali, alla fine si dimostri ragionevole e raggiunga l'accordo con Bruxelles. Mantenendo gli impegni presi dai loro predecessori», scandiscono da Palazzo Chigi.

ALTI RISCHI

L'uscita di Atene dall'euro, per l'Italia si tradurrebbe in un enorme problema. A cominciare dall'aumento del costo di finanziamento del debito, visto che sarebbe scontata una nuova impennata dello spread. E l'Italia, senza il fanalino di coda greco, si ritroverebbe nelle ultime posizioni con la speculazione internazionale pronta a morderle i polpacci. «Perché il vero problema dell'eventuale uscita di Atene dalla moneta unica», teorizza Padoan, «è che renderebbe l'intero sistema più fragile, meno capace di assorbire gli shock: verrebbe affermato che l'euro non è più irreversibile». E un'Eurozona più fragile potrebbe cominciare a sgretolarsi, Paese dopo Paese, con l'Italia probabile bersaglio preferito dai mercati.

Una scenario da incubo che però, a sentire Renzi e Padoan, non sarebbe la replica del drammatico 2010-11. «Il contagio nel breve periodo non mi preoccupa», sostiene il ministro dell'Economia, «e non mi preoccupa perché ci sono gli interventi in corso della Bce e il Quantitative easing è uno scudo che funziona. Inoltre la situazione di bilancio italiana è molto più solida rispetto a qualche anno fa. Il vero problema sarebbe nel medio periodo...». Vale a dire nella fragilità dell'Eurozona: la sua reversibilità, appunto. Analisi condivisa «totalmente» da Renzi.

Ma, si diceva, il governo spera e scommette su un accordo in extremis. E questo perché le dichiarazioni del ministro dell'Interno greco, Nikos Voutis, che ha annunciato che Atene a giugno non pagherà 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale, e quelle del responsabile dell'Economia, Yannis Varoufakis, che ha minacciato l'Eurozona («Se usciamo noi per l'euro sarebbe l'inizio della fine»), sono lette a Palazzo Chigi come un ultimo tentativo un po' levantino di strappare qualche concessione in più a Bruxelles. E anche un modo di Atene per distinguere la posizione dei partner europei da quella del Fondo monetario, «che ha concesso i suoi prestiti a condizioni decisamente meno vantaggiose di quelli della Commissione».



NESSUN SOCCORSO

Di sicuro il governo italiano non ha intenzione di andare in soccorso di Tsipras, tirando fuori dal cilindro qualche mediazione dell'ultima ora. «Gli aiuti devono essere concessi da Bruxelles solo e soltanto se la Grecia rispetterà gli impegni», dicono al Tesoro. A Palazzo Chigi confermano: «In una comunità ci si sta solo se si rispettano i patti e le regole».

Ma c'è anche chi non si strappa i capelli di fronte al rischio-default di Atene: «Se i greci non sono disposti ad onorare gli impegni assunti da loro stessi, allora è meglio che escano per finirla presto con questa agonia. La Grexit infatti non sarebbe un disastro», dice un consigliere del premier che parla «a titolo personale».



Non la pensa allo stesso modo il sottosegretario all'Europa, Sandro Gozi: «Per noi la Grecia fuori dall'euro non è un'opzione. E non lo è, non tanto per i rischi di contagio finanziario che non ci sono, visto che i nostri conti ora sono in ordine e l'Europa ha strumenti diversi da quelli del 2010-2011, quanto perché vogliamo un'Europa che si rafforzi e che non perda pezzi».