Rapporti con le toghe/ La lezione che la politica 20 anni dopo non ha capito

di Carlo Nordio
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Martedì 5 Aprile 2016, 00:05

Lo sconcerto che deriva dall’inchiesta di Potenza può essere riassunto in questi tre quesiti. Primo. È possibile che un quarto di secolo dopo i massacri del 1993 i politici non abbiano - per usare un’espressione di Talleyrand - dimenticato niente e imparato niente? Secondo. Ammesso che la conversazione di Federica Guidi fosse così grave da provocarne le dimissioni, è possibile che un ministro sia così sprovveduto da servirsi del telefono? Terzo. Vista la valanga di polemiche e le conseguenti mozioni di sfiducia, è possibile che ancora una volta il destino di un governo, e forse della stessa legislatura, dipenda da un’intercettazione? Vediamo di rispondere.

Primo. Solo i giudici potranno dire, magari tra parecchi anni, se siamo di fronte a una serie di reati o a una più modesta concertazione di affari, magari opachi ma non per questo illeciti o addirittura criminosi. Un reato contestato - il traffico di influenze - è una novità del nostro ordinamento, è di difficile definizione e di ancor più laboriosa applicazione. Non esistendo precedenti giurisprudenziali, la possibilità di interpretazioni difformi è assai elevata. Gli altri reati, a cominciare dall’abuso di ufficio, sono la croce di ogni procura, e alla fine tendono a dissolversi in generiche formule assolutorie, quando non si vaporizzano per prescrizione. Infine, il coinvolgimento del capo di Stato maggiore della Marina indagato, a quanto pare, per aver patrocinato l’acquisto di navi militari, è quantomeno problematico.

 


Ancor di più lo sarebbe se, come l’interessato sostiene, la notizia gli fosse arrivata attraverso la stampa. Speriamo che i prossimi giorni eliminino queste perplessità. Secondo. Che la Guidi si sia espressa in modo inopportuno è stato riconosciuto da tutti, anche da lei. Tuttavia possiamo dar per certo che se i giornali pubblicassero tutte le conversazioni dei politici, degli amministratori e, perché no, anche dei magistrati soprattutto nell’imminenza delle elezioni associative, l’intero nostro sistema amministrativo e giudiziario sarebbe stravolto. Diciamo la verità: la Guidi non è stata disonesta, ma improvvida. O meglio: usando il telefono in modo imprudente, ha dimostrato di non aver capito niente dei rapporti di forza tra magistratura e politica negli ultimi venti anni. È questa sua ingenuità, a ben vedere, che giustifica il suo allontanamento. Perché in politica l’errore, sempre per citare Talleyrand, è anche peggio del crimine. E qui veniamo al terzo punto. Non sappiamo quale sia la valenza accusatoria di quella intercettazione.

Come abbiamo qui scritto più volte, se non si sente il tono, la conversazione può essere interpretata come ci pare. A leggerla senza pregiudizi, può anche essere la comunicazione di un provvedimento adottato in piena legittimità, come peraltro sostengono Renzi e Boschi. Ma di questo giudicheranno i Tribunali. Quello che è intollerabile è che, ancora una volta, la vita politica del Paese venga pesantemente condizionata da un’inchiesta, per di più in fase iniziale, di cui filtrano notizie ambigue e incerte. Possiamo immaginare, con raccapriccio, una prossima scansione di “ipotesi inquietanti” che filtreranno tra il massimo riserbo, e che naturalmente prometteranno clamorosi sviluppi. È passato un anno da quando Renzi, in doveroso ossequio al primato della politica, affermò la necessità di una riforma che evitasse la sua subordinazione al potere interdittivo della magistratura. Non si è fatto niente, e non si è imparato niente.

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