L’analisi/Quando la politica si riduce solo a urlo e parola

di Biagio de Giovanni
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Mercoledì 8 Giugno 2016, 00:02

Inutile e sbagliato emettere sentenze definitive prima della conclusione del processo. Anche per Matteo Renzi vale la presunzione di innocenza fino all’esaurimento dei gradi di giudizio. E il secondo grado di giudizio giunge il prossimo 19 giugno, giorno dei ballottaggi, e si svolge soprattutto a Milano e a Roma, e in subordine a Torino (a Napoli c’è stata una anticipazione della sentenza finale), e non parliamo dell’altro giudizio referendario che, per le note lentezze della giustizia, non giungerà prima di ottobre.

I risultati definitivi ci daranno il vero volto dell’Italia delle città e poi dell’Italia politica, e dunque conviene non certo dismettere l’analisi, ma abbassare i toni in attesa di quei giorni, intanto riferendosi ai ballottaggi amministrativi. Tutti, giustamente, hanno avviato una riflessione su alcuni caratteri evidenti che, di per sé, di là dal finale, sono già elementi di una rappresentazione della scena italiana. 
Ci sono scenari diversi, in diversi luoghi d’Italia. Scenari, peraltro, aperti da Renzi stesso. Con la sua democrazia recitata, con la presenza assillante della retorica, del discorso, dell’annuncio. E con la compresenza, ugualmente assillante, della decisione, del fare, ma tutto in relativa solitudine, Renzi di fronte all’Italia. Quello retorico, peraltro, è un carattere classico e risalente della democrazia, il suo legame con la parola, e ciò non implica affatto che tutto si esaurisca lì. Proprio Renzi, lo dicevo, è l’esempio opposto, per aspetti seri della sua capacità politica, discorso sì, ma cose da fare e decidere, e magari fatte e decise, qualunque giudizio si voglia poi dare di ciò che si fa e si decide. Ma ciò che voglio sottolineare, in accordo con illustri analisti, è che la democrazia contemporanea assume sempre più due tratti contrapposti: irrompe quella che si chiama democrazia plebiscitaria, capo e parola decisivi, che per certi aspetti fa da contraltare al lindore silenzioso delle democrazie tecnocratiche, un altro spartito della realtà contemporanea, con, in angolo, le vecchie forme della democrazia politica che si legavano, nelle forme più diverse, a società reali, a gruppi umani coinvolti nella dimensione politica. 

Non allarghiamo lo sguardo troppo in là, e torniamo subito all’Italia, la quale costituisce anzitutto un avanzato laboratorio della democrazia plebiscitaria e carismatica, più intensa e diffusa che altrove, per ragioni lontane che è impossibile qui argomentare, e però anche per altre ragioni assai vicine. La rottamazione di Renzi ha dato, infatti, a tutto questo una forte spinta, collocando in archivio i resti di un esercito una volta potente, ancora attraversato da un modo di articolare il discorso politico con richiami - diventati magari sempre più artificiosi - a parti e macerie di vecchie culture e intermediazioni sociali che sono state relegate in soffitta. Nessun rimpianto, almeno da parte mia. E certo, per sostituire le linee di mediazione, appesantite dal tempo, vena retorica, discorso, parole diventavano decisive. Ora il punto è che le linee di intermediazione politiche erano largamente esaurite nelle loro forme invecchiate, al di là della rottamazione che poi intervenne, appunto, su macerie già stanche. Comunque, la società si svuotò.

Bisogna perciò riflettere su possibili conseguenze: in una società svuotata di aggregazioni, avviene che della recitazione politica tutti si possono impadronire, pur che abbiano delle doti che non hanno molto a che fare, nel caso delle elezioni in corso, con la vocazione amministrativa; anzi essa è disturbante, giacché implica argomentazioni di merito e dunque costituisce intralcio al libero, esaltante manifestarsi della parola. O, all’opposto, la competenza amministrativa gioca un ruolo pressocché esclusivo, occultando, peraltro, distanze e differenze politiche che sono quelle che aiutano la formazione di aggregazioni culturali. 
Napoli e Milano, due esempi su cui riflettere.

Napoli è un caso per davvero esemplare, una città dove conta solo la parola, “a prescindere”, per dirla con il grande Totò, talvolta l’urlo sdegnato, talaltra il linguaggio dell’empatia e dell’amore, o ancora il racconto esaltato di una realtà che non esiste, di un popolo in cammino, una città capitale delle città ribelli di Europa: tutto questo governa a tutto campo, senza ostacoli, anche perché si dichiara che il governo non è necessario, basta l’autogestione, l’autogoverno, nel senso che ognuno fa da sé quel che vuole. Qui compare, mi pare, una vera degenerazione della democrazia recitata, un suo lato estremo, anche se il suo ceppo fa parte delle fisiologie della democrazia plebiscitaria che in molti luoghi fa sentire la sua presenza, ma a Napoli si è giunti a un punto limite. I problemi reali non hanno più la parola per esprimersi, e vengono vissuti in un altro mondo, dove ognuno è isolato nella propria entropia. Non voglio fare di tutt’erba un fascio, ma ormai quel ceppo è ben presente in città percorse da flussi d’opinione incontrollati, e Napoli ne è capofila. 
 
Milano, all’opposto, costituisce un caso elegante di democrazia tecnocratica. Un dibattito lindo, elegante tra i due contendenti, tutto nel merito, ognuno rispettoso dell’avversario, dove si confrontano competenze, problemi da risolvere, e si evita, quando possibile, di chiamare in causa i mentori politici che li hanno proposti e ispirati. Un altro mondo, un altro modello di democrazia. Forse qui, addirittura, la difficoltà della scelta sta nella somiglianza, e sarà qualche accento particolarmente azzeccato o sbagliato a far decidere. Poi, certo, le conseguenze politiche si faranno ben valere a elezione avvenuta.

Il clima del paese contiene in sé molto che libera flussi di opinione catturati dalla demagogia della parola o dall’algida analisi dei temi. Si tratta di tendenze implicite, lo dicevo nelle democrazie che si sono progressivamente desocializzate, per ragioni profonde, in società dove sono finite le vecchie aggregazioni politiche e ognuno è libero da vincoli preformati, anche se all’orizzonte si disegnano situazioni più complicate che forse metteranno in crisi ambedue i modelli. Per ora, quelle descritte sono linee di tendenza, dati che fanno parte dello stato di cose esistente, in corrispondenza di realtà differenti che sembrano far parte di mondi diversi e lontani. Ho fatto riferimento a Napoli e a Milano. L’Italia è sempre più spaccata in due: Milano e anche Torino sono esempi dove la democrazia della parola si lega, sia pure nelle forme indicate, ai problemi, alle paure, alle certezze e incertezze della vita reale. Dove sono più gravi i problemi della vita reale, lì proprio domina invece l’illusione della parola, la libera espansione della demagogia, che libera da tutto. Che la “provvidenza” di Giambattista Vico, che veglia su Napoli, salvi la città.

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