Politica e populismo/ Il paradosso di puntare al governo per dire no

di Marco Gervasoni
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Lunedì 26 Settembre 2016, 00:02

Alla festa di Palermo di M5S la parola governo ricorreva ovunque. Ma con quale cultura il movimento si sta preparando per Palazzo Chigi?
C'è da pensare che sia quella esternata a più riprese da Grillo, ritornato non a caso nel ruolo di «capo»: «Dire no è la forma più alta di politica». Niente a che vedere con il governo come inteso da decenni, dove governare vuole dire attrezzarsi al compromesso e alla mediazione. E che dire della «piattaforma Rousseau» della Casaleggio Associati, un meccanismo vagamente orwelliano grazie al quale, non si sa bene come, sarebbero i cittadini a scrivere le leggi? Ma la democrazia diretta, idea nobile, non ha mai consentito di governare: guidare un Paese vuol dire sempre delegare a dei rappresentanti, a una «classe politica». 

Una «cultura di governo», quella dei grillini, che consisterebbe nel continuare a dire no anche una volta arrivati alla guida del Paese, attraverso lo sfruttamento della protesta e della collera. Del resto un esperimento in vitro di quale idea i 5 stelle abbiano del governo lo vediamo da settimane a Roma. Dove il rifiuto di sostenere la candidatura della Capitale alle Olimpiadi non è stato motivato con argomentazioni convincenti, ma con una sorta di apriori etico, secondo cui l'impegno di governo, nel caso Roma fosse stata scelta come sede, avrebbe inevitabilmente condotto a ruberie, a malefatte, a insozzarsi le mani. Raggi ha insomma applicato l'idea di governo di Grillo, «dire no». La stessa idea che le rende difficile persino costruire una giunta, per timore che le figure scelte possano finire sotto la ghigliottina degli avversari interni, «i più puri che ti epurano», come amava dire Pietro Nenni. Se ne deduce che il vero avversario dei 5 Stelle non sta al di fuori del movimento ma è ben presente al suo interno: questa cultura dell'assoluto etico, con cui è difficile, se non impossibile, governare con efficacia. Sono fenomeni non solo italiani. Li troviamo nel Labour party che ha rieletto in modo massiccio Corbyn due giorni fa sulla base di un programma irrealizzabile. Ed è visibile anche in Podemos, diviso tra l'ala realistica minoritaria e quella maggioritaria del leader Pablo Iglesias, per il quale il compito di Podemos è «continuare a fare paura». Anche i populisti di destra non sono molto convinti sul da farsi una volta al potere: le dimissioni di Farage dall'Ukip dopo la Brexit e le divisioni interne al partito dei Veri Finlandesi a Helsinki, dove siedono al governo, sono abbastanza significative.

Sbaglierebbero però gli avversari dei populisti, e dei 5 Stelle in Italia, a gioire. La presenza in un sistema politico di una forza consistente, potenzialmente la prima di un Paese e tuttavia disposta a governare con i metodi della protesta, genera un'instabilità permanente, che finisce per rendere molto difficile alle forze politiche normali formare gli esecutivi, come dimostra la Spagna, oppure obbliga sinistra e destra a governare assieme, in modo innaturale, con programmi incerti e pasticciati, che a loro volta fanno crescere le forze populiste, come è in Austria e forse sarà in Germania. 

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