Pinotti: «Un piano con l’Fbi per impedire l’arrivo dalla Siria dei jihadisti Isis»

Domenica 31 Luglio 2016 di Marco Ventura
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Pinotti

Musulmani in chiesa a pregare con i cattolici? «Questa disponibilità della comunità islamica e questa accoglienza positiva e incoraggiante da parte del mondo cattolico e delle principali gerarchie ecclesiastiche perché vi sia un segno di pace e per dimostrare che le religioni non c’entrano nulla con l’orrore e la morte, è un messaggio potente e importante». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, reduce da un incontro al “Caffè della Versiliana” a Marina di Pietrasanta, parla di contrasto al terrorismo, di protezione delle chiese e conferma che c’è un piano per sbarrare la strada ai foreign fighters che secondo l’Fbi potrebbero riversarsi in Europa spinti delle sconfitte sul terreno.

Ministro, ha ragione il cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani, a dire che le chiese non vanno militarizzate? 
«I giovani che dalla mia città, Genova, sono andati ad ascoltare il Papa in Polonia dicevano di voler sconfiggere il terrore continuando a fare la loro vita normale. Li ho sentiti dire: non dobbiamo farci fermare da quelli che vogliono cambiare il nostro modo di vivere. Nei luoghi dove si va a pregare e vivere la spiritualità si deve poter incontrare Dio e non altro. Sì, il cardinale Bagnasco ha ragione: le chiese non vanno militarizzate. Però se ci sono situazioni che lo richiedano, d’accordo con loro faremo la tutela con discrezione e accortezza.» 

Succede in Francia come in Nigeria: parrocchie sotto attacco?
«No. In Africa abbiamo visto operazioni militari organizzate con veri e propri commando in azione. Nel caso di Rouen, invece, un atto orribile commesso da due giovanissimi non immigrati ma figli di immigrati che si sono radicalizzati. I lupi solitari e gli squilibrati psichici sono fenomeni diversi dagli attacchi pianificati e vanno trattati diversamente.»
 
L’Fbi prevede una diaspora mai vista di terroristi verso l’Europa…
«I foreign fighter di ritorno rappresentano un grande rischio e vanno tenuti sotto controllo nel momento in cui lo Stato Islamico sarà sconfitto in modo definitivo. Ne abbiamo discusso anche a Washington parlando con gli alleati dei successi che la coalizione sta avendo sul terreno in Iraq, dove abbiamo strappato il 45 per cento dei territori conquistati dall’Isis, e in Siria dove la percentuale è oltre il 20. Pianificheremo interventi a livello di coalizione perché i radicalizzati che avranno combattuto e saranno perciò diventati esperti combattenti e terroristi islamici non vengano a portare terrore tra di noi.»

Userete l’Intelligence ma anche con il controllo delle frontiere?
«Impiegheremo strumenti molteplici. L’Intelligence avrà la parte fondamentale, ma non solo. Metteremo in campo anche altro».

Roberto Maroni dice che si arriverà a una nuova Lepanto…
«Lepanto era un’altra storia, si confrontavano schieramenti che avevano alle spalle imperi. Qui gli attentati si fanno quasi ogni giorno proprio nei paesi islamici, come all’aeroporto di Istanbul, nei mercati di Baghdad o in Tunisia al Museo del Bardo e sulle spiagge. La lotta non è tra Islam e Occidente, ma tra fondamentalisti islamici radicalizzati da un lato, e altri musulmani e mondo occidentale dall’altro. Paesi islamici combattono nella coalizione contro l’Isis. Pensiamo al pilota giordano ucciso e bruciato.»

La condanna da parte delle comunità islamiche qui da noi è sufficiente? Sente di voler fare un appello?
«L’appello è quello a una più forte unione di tutto il mondo contro la morte e l’orrore. Certo, il controllo sociale è importante: nelle comunità islamiche, nelle moschee, nei luoghi di accoglienza, ovunque, bisogna fare attenzione a certi segnali. Penso alla donna della provincia di Savona che ha subito denunciato d’avere ricevuto sul cellulare la foto di una ragazza che punta un’arma lunga, e quella denuncia ha consentito di individuare due marocchini, presunti estremisti. Bisogna che tutti facciamo attenzione a parole, fatti e intenzioni dichiarate…»

Ma poi va fatta anche la guerra sul terreno? 
«Noi italiani stiamo contribuendo molto, e con grande professionalità, alla coalizione contro l’Isis. Il contingente italiano, dopo quello statunitense, è il più numeroso. A fine ottobre arriveremo a quasi 1400 militari impegnati in diversi compiti, dall’aeronautica in Kuwait che partecipa a ricognizioni sull’Iraq, fino a coloro che addestrano i peshmerga e la polizia locale, o ai soldati che via via stanno raggiungendo la diga di Mosul per proteggere i lavori per il consolidamento delle fondamenta e prevenire un disastro di dimensioni bibliche. Abbiamo addestrato 7600 soldati a Erbil, il 36 per cento dei militari addestrati dall’intera coalizione in Iraq, e i carabinieri 4000 forze di polizia locale».

In Libia abbiamo adottato lo stesso concetto? Non combattere noi ma far combattere i libici?
«Sì, lo stesso. Abbiamo imparato dagli errori commessi in Iraq contro Saddam Hussein. Non è sufficiente fare la guerra, che poi in Iraq è da vedere se si dovesse farla e io penso di no, ma bisogna poi stabilizzare. In Libia si è intervenuti contro Gheddafi, ma con quanta fretta e disattenzione si è consegnato il paese all’instabilità! La soluzione non è l’intervento esterno, ma nelle forze locali. Le milizie di Misurata che per conto del governo di unità nazionale libica stanno combattendo attorno a Sirte hanno riconquistato gran parte della città, anche se al prezzo di 300 morti e 1500 feriti. Una battaglia molto coraggiosa e sanguinosa. E oggi i 5-6mila militanti che erano stimati dell’Isis si sono ridotti a non più di 600. Noi curiamo i feriti portandoli in Italia, dovremmo anche poterli aiutare con ospedali sul posto. E ci hanno chiesto pure di addestrarli alle operazioni di sminamento, in cui siamo leader».

Si riuscirà mai ad avere una difesa europea?
«Giovedì ero nella base aerea di Galatina vicino Lecce per la consegna delle aquile turrite a 5 piloti italiani e 5 stranieri dall’Olanda, dal Kuwait, da Singapore. In quella base si diplomano anche i greci. Piloti di tutto il mondo vengono da noi per fare i brevetti, allora perché se vogliamo una difesa europea non immaginiamo di razionalizzare i centri di formazione creando in Italia un centro europeo per i piloti? Spero che a Ventotene, quando il premier Renzi incontrerà la Merkel e Hollande, diverse idee come questa possano prendere vita. Noi italiani abbiamo molto da dire riguardo alla difesa europea.»

A proposito di novità, a quando un generale donna?
«Abbiamo fatto i conti ed essendo le donne entrate nel meccanismo nel 2000, la prima donna generale si dovrebbe avere nel 2029. Presto si discuterà la legge in Parlamento a partire dal libro bianco della Difesa e allora potremo riformare, in linea con gli altri paesi, i criteri di avanzamento di carriera riducendo i tempi per uomini e donne particolarmente capaci. Il problema è la sostenibilità previdenziale. Ma spero che riusciremo ad accelerare le carriere per chi lo merita.»

Ultimo aggiornamento: 1 Agosto, 07:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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