Parabola grillina/ La rivoluzione mangia i suoi figli (per resistere)

di Marco Gervasoni
3 Minuti di Lettura
Domenica 18 Dicembre 2016, 00:06

Chissà se in queste ore al sindaco Raggi sarà venuta in mente la famosa frase attribuita al rivoluzionario francese Pierre Victurnien Vergniaud (avvocato come lei), il giorno prima di essere ghigliottinato, «la rivoluzione è come Saturno, divora i propri figli». Grillo non è Robespierre e Renzi non era Luigi XVI, però tutto il linguaggio dei 5 Stelle è stato fin dall’inizio improntato a una retorica rivoluzionaria: bisognava abbattere il potere in quanto corrotto. 
La stessa campagna elettorale della Raggi si è caratterizzata, più che per l’esile programma, per il mantra «mandiamoli a casa», i precedenti amministratori, perché «si sono mangiati tutto». Uno slogan da solo non sufficiente a reggere anche un piccolo comune, figuriamoci la capitale d’Italia, ma sufficiente per vincere, con largo margine, le elezioni. Dopo aver plasmato la propria identità quasi esclusivamente sul tasto dell’«onestà, onestà», bisognava però essere irreprensibili, non sfiorati neppure dalla macchia del sospetto. 

Al contrario la giunta è stata fin dall’inizio scandita da disavventure, ritmate anche dalle azioni della procura romana, fino al coinvolgimento dell’assessore Muraro e all’arresto di Marra, su cui per di più gravava l’«onta», imperdonabile per i grillini, di aver lavorato con le amministrazioni precedenti. E ora Grillo e Casaleggio jr hanno un dilemma. Il dilemma è il seguente: cacciare il sindaco, disconoscendola, oppure operare un testa coda identitario e diventare garantisti, soprattutto se dovesse arrivare un avviso dalla procura anche alla Raggi. 

Due strade entrambe pericolose: la prima, al netto della retorica complottista già emergente, si risolverebbe nell’ammissione di un fallimento politico alle porte di un eventuale campagna elettorale per le politiche. La seconda farebbe perdere al Movimento 5 Stelle la sua quasi unica ragion d’essere, e sarebbe per di più considerato un garantismo sospetto, baluginante solo al coinvolgimento di uno dei loro. 
Vista anche la sussurrata confessione di Raggi di «non riconoscersi più nei 5 Stelle», sembra si vada verso una soluzione mediana, la meno indolore in vista della candidatura del movimento a governare il Paese, anche se le forme di questa separazione (e le sue conseguenze sul futuro della giunta) non sono ancora prevedibili. Di fatto assistiamo al prevalere dell’anima che fa capo a Casaleggio junior (meno inclinne alla ghigliottina in questo momento) alla quale il sindaco di Roma si sta aggrappando per continuare la sua avventurosa e tribolata navigazione. 

Certo che raramente si è dilapidato in così poco tempo un carico di aspettative come quello manifestatosi con l’ampia vittoria di Raggi. È bene però ribadire che la scivolata giudiziaria è effetto e non causa del tracollo; e che quest’ultima va cercata nell’impreparazione politica prima ancora che tecnica, che il sindaco e il gruppo dirigente grillino hanno dimostrato fin qui dall’inizio dell’avventura a Palazzo Senatorio. È presto per dire quali saranno le ricadute elettorali negative, a livello locale e soprattutto nazionale: l’impressione è che potrebbero non essere devastanti, e proprio per questo Grillo tenderà a separare il prima possibile il suo percorso da quello di Raggi, perché con il passare del tempo gli effetti finirebbero per essere letali.

E qui può risultare illuminante un paragone con vicenda milanese. Siamo davanti alla seconda giunta consecutiva pericolante e indebolita, assai prima della scadenza naturale, per convulsioni politiche alle quali è anche seguito un intervento della magistratura. Soprattutto colpisce l’assenza di alternativa: tutti i tre “blocchi”, centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 Stelle avrebbero miseramente fallito, e i cittadini romani non saprebbero a chi guardare. Diverso il caso di Milano. Nel caso Sala si dimettesse, la politica milanese possiede gli anticorpi, nello stesso Pd, ma anche nel centrodestra, e forse nei 5 Stelle, per rimettere l’amministrazione della città sulla giusta carreggiata. Le ragioni vanno ritrovate nel migliore stato di salute civico del capoluogo lombardo e nella resistenza di una ragion politica che vede convergere il tessuto connettivo della città per il buon governo o comunque per la sua salvaguardia. Le buche di Roma non sono solo metaforiche, ma rappresentano proprio i vuoti che il civismo e la politica oggi non riescono a colmare. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA