Quell’ondata anti-scienza che alimenta il populismo

di Marco Gervasoni
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Sabato 1 Ottobre 2016, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 00:33

A volte il caso è sbarazzino. Proprio nella settimana della «notte dei ricercatori», una meritoria iniziativa promossa dall’Unione Europea per divulgare la cultura scientifica, hanno fatto capolino manifestazioni plateali di una sorta di neo-oscurantismo, ostile alla scienza e al suo stesso senso d’esistere. Dalle dimissioni dal Parlamento della virologa Ilaria Capua, dopo accuse durissime, infamanti e totalmente false, al grottesco tentativo di un senatore di proiettare in un’aula di Palazzo Madama un film di propaganda contro i vaccini ai bambini, fino alle recenti ondate di sostegno verso metodi di cura oncologica totalmente screditati dalla comunità scientifica, qualcuno dirà che sembra di essere tornati al Medioevo.

Ma il Medioevo, almeno da un certo punto in poi, fu caratterizzato dalla ricerca scientifica e filosofica, e oggi un Tommaso d’Aquino o un Guglielmo da Occam ci mancano molto. La realtà è che questo rigetto della scienza è parte della nostra epoca, è un veleno del tutto contemporaneo. Ed è alimentato da una cultura del sospetto, della sfiducia, del «risentimento», per cui lo scienziato è considerato qualcuno che lavora di nascosto, che scrive e parla un linguaggio astruso, che vuole darci a bere le sue teorie, certamente in mala fede, legate agli interessi delle «grandi aziende». Una sorta di populismo il cui obiettivo polemico non è, una volta tanto, il politico, ma l’uomo di scienza. 

Il quale, sì, in effetti, lavora di nascosto, perché la ricerca si pratica in luoghi chiusi e non accessibili all’uomo della strada, parla un linguaggio non a tutti comprensibile, perché così deve essere quello scientifico. Quanto al rapporto con le «grandi aziende», è del tutto sacrosanto: molte delle più importanti ricerche del nostro tempo non avrebbero visto la luce senza il finanziamento del capitale privato. A sua volta, siccome la scienza determina le scoperte tecnologiche e quindi l’innovazione, questa cultura della paranoia e del sospetto produce un immaginario ostile allo sviluppo, alla crescita, all’impresa economica. Si tratta in buona sostanza di un’ondata anti-moderna e reazionaria nel senso etimologico del termine, convinta, almeno nei suoi frangenti più acculturati, che il mondo fosse migliore prima della «manipolazione» scientifica - e sarebbe divertente mandare qualcuno di loro indietro nel tempo, a vivere nelle campagne non dico del Medioevo, ma anche solo di inizio Novecento. Paradossalmente, ma fino a un certo punto, questo populismo antiscientifico si nutre delle scoperte della scienza e della tecnologia, cioè della rete. Le bizzarre teorie, rigettate dalla comunità scientifica, si alimentano, si diffondono e si propagano infatti via web, mentre senza internet forse non esisterebbero neppure. E poi si amplificano nei social network, che danno a tutti quelli prima quasi esclusi dalla parola scritta, la potenza di esprimere giudizi che la loro comunità ritiene legittimi quanto, se non più, quelli degli «esperti». Pur essendo un fenomeno globale, v’è qui un fondo anti-moderno sempre presente nella nostra storia di italiani e che però nel passato i politici avevano cercato di correggere. Oggi invece molti di questi non solo rincorrono le pulsioni più oscure e irrazionali che promanano dal corpo sociale, ma se ne fanno a loro volta megafono e rappresentanti nelle istituzioni, in nome dello slogan dei brexiters «basta con gli esperti». Che invece non solo servono, sono indispensabili: e il guaio del nostro Paese è di non averne abbastanza.

 

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