I musei e lo stop ai direttori stranieri: paralisi nel Paese dell'eterno cavillo

Sabato 3 Febbraio 2018 di Francesco Durante
Sedici precedenti pronunciamenti del Tar e altri sei del Consiglio di Stato non sono bastati. Da ieri la scelta di affidare la guida dei musei pubblici italiani anche a direttori di nazionalità straniera viene di nuovo messa in discussione, per opera della sesta sezione del Consiglio di Stato e a seguito di un ricorso vecchio ormai di qualche mese. Il capello viene nuovamente spaccato in non si sa più quante parti e i giudici, pur promuovendo la procedura scelta dal ministero dei beni culturali a proposito della valutazione a concorso dei direttori dei musei pubblici dotati di autonomia gestionale e amministrativa, decidono di rimettere la decisione sull'apertura agli stranieri all'adunanza plenaria. Il ministro Franceschini affida a Twitter un commento sconsolato. Davvero difficile fare le riforme in Italia, scrive. E aggiunge: Cosa penseranno nel mondo?

Già: che cosa dovrebbero pensare? Esclusa l'ipotesi di un rigurgito patriottico (il patriottismo alle vongole, in un passato recente, ci ha già regalato fior di bidoni, si veda per esempio la vicenda Alitalia), toccherebbe pensare che da qualche parte è stata organizzata una sorda e ostinata resistenza per la semplice ragione che a tutti i costi qualcuno non vuole rinunciare al privilegio di poter piazzare gente sua in quei ruoli apicali. Se si avalla questa ipotesi burocratico-clientelare, si capisce come la pista del patriottismo venga definitivamente liquidata, dal momento che l'ottenimento di questo eventuale risultato viene considerato più importante degli indubbi successi ottenuti proprio dai direttori stranieri, ed evidenziati anche dalle recenti statistiche sulle performance dei musei italiani. Sarà il caso di ricordare, tanto per fermarci alla Campania, che Capodimonte e Paestum due realtà affidate per l'appunto a direttori stranieri hanno fatto segnare un incremento dei visitatori rispettivamente del 21 e del 15 per cento.

Nel maggio scorso, l'ormai leggendario Tar del Lazio aveva bocciato le nomine di cinque dei venti direttori. Oggi si afferma che le nomine del 2015 furono corrette, eppure si rimettono in mora quelle degli stranieri. E questo perché ci sarebbe un contrasto giurisprudenziale, tale da consentire di formulare una interpretazione diversa rispetto a quella del 24 luglio scorso, che invece riteneva ammissibile che le nomine non fossero esclusivamente riservate a italiani. Siccome in un simile guazzabuglio un precedente è davvero la cosa più facile da trovare, ecco dunque che ora viene fuori un regolamento del 1994, beninteso mai successivamente abrogato, in base al quale la cittadinanza italiana viene richiesta imprescindibilmente per quanto riguarda il conferimento di incarichi di livello dirigenziale. E secondo i giudici la norma sarebbe applicabile anche in questo caso, e non sarebbe in contrasto con la normativa Ue.

Proprio qui, probabilmente oltre che nella ben nota incertezza giuridica delle cose italiche si annida il problema vero di questa imbarazzante vicenda. Cioè nella difficoltà crescente che a più livelli va manifestandosi in tanti ambiti della vita dei vari paesi europei rispetto alla necessità di mettersi a ragionare con un orizzonte più ampio, che è per l'appunto quello europeo, di fatto non più ancorato alle angustie di una dimensione strettamente nazionale.

Comunque la si veda, resta davvero una bella grana: l'ennesima di una vicenda che ormai definire kafkiana sembra riduttivo. Anche perché, mentre noi continuiamo a baloccarci con questa stravagante forma di protezionismo culturale che tra l'altro sembra del tutto alieno alle nostre usanze e abitudini (si pensi a quanto poco difendiamo la lingua italiana, noi che diamo nomi inglesi alle nostre leggi, come nel caso del Job's Act; mentre i francesi, per dire, hanno una loro parola, ordinateur, anche per dire computer), ci si potrebbe pure domandare che cosa finiranno per pensare di noi in quelle non poche città straniere che da anni hanno nominato direttori italiani ai vertici dei loro musei. Ma quelle sono città dove, evidentemente, la cosa che più conta non è l'astrazione burocratica, bensì la concretezza dei risultati.

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