Migranti, Minniti: «La paura va ascoltata. Sbarchi calati del 30%»

Migranti, Minniti: «La paura va ascoltata. Sbarchi calati del 30%»
di Valentina Errante e Cristiana Mangani
8 Minuti di Lettura
Domenica 5 Novembre 2017, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 6 Novembre, 08:09

«La diffidenza e la paura sono sentimenti legittimi, ma devono essere capiti e gestiti». Per il ministro dell’Interno Marco Minniti, che rifiuta di associare la questione immigrazione a un’emergenza, la strategia è già avanti: da un lato il controllo dei flussi, perché c’è un limite che non può essere superato, che è quello della capacità di integrazione di un Paese. Dall’altro la necessità di mediare tra i diritti di chi accoglie e di chi è accolto. Con una distribuzione dei migranti diffusa sul territorio e un piano, indispensabile, per l’integrazione.

Ministro, qual è il bilancio di accoglienza e integrazione?
«L’accoglienza ha un limite, perciò abbiamo lavorato sul governo dei flussi che nell’ultimo anno sono diminuiti del 30,13%. Ma questo è solo un aspetto di un progetto complessivo che prevede un giusto equilibrio tra il diritto di chi è accolto e di chi accoglie. Abbiamo fatto la scelta strategica che prevede da un lato il governo dei flussi, dall’altro l’accoglienza diffusa sul territorio. Perché il rischio è che a un certo punto si costruisca un muro di diffidenza. Con l’accoglienza diffusa, e quindi con piccoli numeri distribuiti sul territorio, si riescono a contemperare i diritti. Il secondo elemento riguarda il tema dell’integrazione, che è il limite dell’accoglienza. Non si possono accogliere più persone di quante si possano integrare. Quindi abbiamo fatto una scelta molto netta in questa direzione, con una cooperazione con l’Anci e i sindaci. I dati dicono che il numero dei Comuni interessati all’accoglienza diffusa è aumentato».

Eppure molti sindaci sono ancora contrari. C’è un problema culturale?
«Il problema è trasmettere il messaggio che l’accoglienza sta dentro un progetto organico. L’idea, sulla quale riusciremo a convincere i sindaci, è che l’accoglienza è legata anche al controllo dei flussi migratori. La diffidenza di un amministratore può diminuire. È evidente che tutti abbiamo un rapporto con il consenso, con l’opinione pubblica, ma abbiamo un progetto complessivo: governare i flussi, non cancellarli. E’ molto importante dopo il netto calo degli arrivi, insistere sull’accoglienza. Può sembrare paradossale, ma non lo è: proprio perché non c’è un’emergenza spingiamo sull’accoglienza».

Davvero non c’è un’emergenza migranti?
«No. Ed è cruciale eliminare il concetto di emergenza. La strategia che abbiamo messo in campo è esattamente il contrario dell’emergenza. Sull’emergenza, valutazione di carattere politico, cresce il populismo. I populisti stanno come pesci nell’acqua dell’emergenza. L’Italia, è un Paese che ha confini marittimi con l’Africa, il rapporto demografico tra i due continenti è ineludibile. È un’illusione pensare che il problema sia risolto, ma è indispensabile superare la paura».

Come si supera la paura?
«La paura è un sentimento profondo. Il compito di una democrazia, di una cultura riformista, è ascoltare quelli che hanno paura, senza biasimarli. Altrimenti si crea un muro di incomunicabilità. Il populismo invece soffia sulla paura. Per questo sono indispensabili le politiche di integrazione. E i risultati arrivano: dopo il modello Milano si sono aggiunte altre realtà, come Emilia e Toscana e, per citare l’ultimo caso, il protocollo di accoglienza diffusa in Calabria. Ma la partita si gioca soprattutto al di là del Mediterraneo. L’Africa ha un futuro che è inestricabilmente legato all’Europa. Qualcuno pensava che il problema fosse fondamentalmente italiano, invece è dell’Europa e in questi anni qualcosa non ha funzionato. Abbiamo avuto una gigantesca questione di flussi che venivano dai Balcani, l’Europa è intervenuta e ha stanziato risorse imponenti: tre miliardi e ne ha promessi altri tre. Il trust fund dell’Europa in questo momento verso l’Africa è invece poco più di 200 milioni di euro. Allora ci siamo assunti la responsabilità di andare noi a fare da apripista, siamo andati in Libia. L’accordo con la Libia sull’immigrazione e sul terrorismo l’ha fatto l’Italia, il 2 febbraio Gentiloni e Serraj firmano l’intesa e l’Europa la fa propria a Malta. Io sono un europeista convinto e dico che se vogliamo ricostruire un rapporto forte tra le popolazioni europee dobbiamo trovare un punto di connessione». 

Due giorni fa in Italia sono arrivati in 1.200, riprendono le partenze? 
«Gli sbarchi sono in netta diminuzione. Non c’è emergenza, stiamo governando il fenomeno: il 5 di luglio il dato era +19%, e ricordo che c’era giustamente tensione. Si parlava di 250 mila persone pronte a partire. Da luglio a oggi sono circa il 50% in meno. Il mese di ottobre era il più delicato: l’anno scorso sono arrivate 27.384 persone, il picco più alto. Quest’anno sono state 5.984, meno 78%».

Resta il problema delle condizioni umanitarie in Libia.
«L’Oim e l’Unhcr sono stabilmente lì, agiscono attraverso un rapporto diretto con il governo di Tripoli. L’Unhcr ha visitato 27 sui 29 centri di accoglienza. Il tema delle condizioni di vita e dei diritti umani per noi è cruciale e irrinunciabile e su questo stiamo spingendo. L’Unhcr ha selezionato circa 1000 “fragilità” donne e bambini e anziani che hanno diritto alla protezione umanitaria: verranno ricollocati, anche in Paesi terzi, forse anche in Canada».

Quali sono i riflessi politici di questa azione in Europa?
«L’iniziativa in Africa e Libia ci ha consentito di parlare con più forza in Europa. Abbiamo a che fare con un Paese con il quale la comunità internazionale ha un debito: siamo intervenuti militarmente in Libia senza un progetto per il futuro. Dobbiamo riflettere sul fatto che il traffico degli esseri umani sia stata l’unica attività che lì ha funzionato producendo reddito. Il messaggio che abbiamo trasmesso ai sindaci libici è che li avremmo aiutati a costruire un’economia alternativa. Hanno presentato dei progetti di sviluppo, ci hanno detto aiutateci a costruire, ma questa non è una cambiale illimitata nel tempo. La Commissione europea sta valutando i progetti, ma se non ci sarà una risposta, se ci sarà delusione, sarà un problema. Abbiamo avuto un impegno Trust fund Africa, che ha aumentato le risorse, ora c’è bisogno di un uguale impegno dei singoli Stati membri. Il 12 faremo la terza riunione a Berna del gruppo di contatto Europa e Africa settentrionale. Sarà un momento cruciale».

Quanto è alto il pericolo foreign fighters nel nostro Paese?
«L’Italia è come tutti i grandi Paesi potenzialmente un obiettivo. Il nostro lavoro di analisi affonda le sue radici in una capacità di lettura dei fenomeni terroristici che nel tempo ha costruito un background senza pari. Ma abbiamo anche un altro vantaggio: un’immigrazione giovane e da questo punto di vista abbiamo esiti meno complicati nei processi di integrazione e costruendoli mettiamo in sicurezza il nostro futuro. La differenza tra noi e le altre grandi democrazie europee è che abbiamo gestito tutto quasi in maniera intuitiva, non costruendo le banlieu e i grandi ghetti. Una delle cose su cui sono più orgoglioso è il patto con l’Islam italiano. In quel documento si stabilisce che chi ha firmato è italiano e musulmano, anzi prima italiano e poi musulmano: è un pezzo fondamentale per le politiche di sicurezza. Per questo ritengo importante anche lo Ius soli, che non è legge sull’immigrazione ma una legge sull’integrazione. Sono cose differenti. Di fatto è uno Ius culturae e non riguarda i migranti, ma i figli di persone regolari sul territorio nazionale. Non si applica a chi arriva con le navi, non c’è nessun sorteggio per diventare cittadino italiano».

Resta il pericolo dei Lupi solitari.
«È il cosiddetto terrorismo a prevedibilità zero. Il meccanismo è molto rapido. Per questo i quattro grandi provider del mondo hanno partecipato per la prima volta al G7 di Ischia. Si è discusso sui sistemi di blocco automatico del malware del terrore. Dall’altra parte c’è il ritorno all’antico: il sistema classico del controllo del territorio. Abbiamo deciso di farlo in un rapporto molto forte con le popolazione e soprattutto con i sindaci. Bisogna arrivare al controllo del territorio senza arrivare ad avere una città militarizzata. Se militarizzi tutto è finita».

A proposito del controllo del territorio, la stretta del Viminale sulle occupazioni sembra a uno stallo.
«Sulle occupazioni vanno stabilite due questioni: con una direttiva c’è stata una stretta molto forte sulle occupazioni di nuovo conio. Se ci sono occupazioni, vanno immediatamente sgomberate perché il punto cruciale è quello di evitare situazioni che si stabilizzino. Se intervieni rapidamente, da un lato tuteli un diritto fondamentale, che è quello della proprietà e della legalità, dall’altro eviti che si stabilizzino situazioni di questo tipo, mettendo magari in campo fragilità. Intanto affrontare “le questioni cronicizzate” come via Curtatone. È necessario un rapporto limpido con gli enti locali, perché il ministro dell’Interno non può fare tutto, deve garantire la legalità sul territorio e non può costruire percorsi alternativi: non abbiamo la gestione delle politiche sociali e di integrazione. Queste sono politiche che fanno capo al Comune. A Roma abbiamo un tavolo in Prefettura che deve avere l’obiettivo di rimuovere le occupazioni, con un percorso che tuteli tutti. Il tavolo sta lavorando. Mi pare evidente che vogliamo collaborare, ma ci sono questioni che non dipendono dalla nostra capacità di intervento. Attendiamo delle risposte. A un certo punto trarremo insieme il bilancio».

C’è un rischio cyber sicurezza per le elezioni in Sicilia e per quelle in primavera?
«La nuova direttiva Gentiloni fa un aggiornamento del progetto di cyber, stabilendo la capacità di reazione interconnessa da parte delle istituzioni, anche in rapporto con le aziende private. C’è un rapporto di collaborazione con le università e poi ci sono le imprese con una condivisione dei rischi potenziali. Tutta questa azione di interconnessione viene coordinata dall’intelligence. Comunque non c’è un quadro che faccia pensare a un voto minacciato».

Qualcuno dice che lei potrebbe essere il futuro premier, che effetto le fa?
«Non mi fa nessuno effetto, perché la considero una ipotesi del terzo tipo, dell’irrealtà. Più banalmente “non esiste”. Io faccio solo un auspicio a me stesso che al termine di questo incarico qualcuno dica: quello ha fatto il ministro dell’Interno con dignità e onore».

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