MATTEO SALVINI

Migranti, ecco il piano per i centri rimpatri: «Uno in ogni regione»

Mercoledì 4 Luglio 2018 di Cristiana Mangani
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Il Viminale accelera sui Centri per il rimpatrio. E il gruppo di lavoro istituito al ministero dell’Interno prova a mettere a confronto le Regioni e il Dipartimento delle Libertà civili e della Pubblica sicurezza. Il nodo è tutto nel consenso da parte dei Governatori che fino a questo momento avevano negato la possibilità di aprire un Cpr sul loro territorio. Il piano, però, va avanti, e sei nuove strutture sono state individuate. Il ministro Matteo Salvini è certo che questa volta, almeno le amministrazioni leghiste non diranno di no. 

SECONDARY MOVEMENT
È una corsa contro il tempo, quella avviata dal leader del Carroccio che, nonostante la posizione rigorosa rispetto alla possibilità che l’Italia riprenda indietro i migranti dalla Germania e dall’Austria, deve comunque prevedere luoghi dove poter ricollocare i richiedenti asilo che alcuni stati Ue potrebbe rimandarci. E così il capo del Dipartimento delle Libertà civili, Gerarda Pantalone, alla quale è delegato il compito di coordinare il tavolo di lavoro, ha spiegato davanti alla Commissione parlamentare sul sistema di accoglienza, che «allo stato vi sono già delle ipotesi che si stanno valutando, e che intanto si sta lavorando per il potenziamento delle strutture già esistenti». A cominciare da Roma, dove i 125 posti dedicati alle donne verranno incrementati con altri 125 per gli uomini. «I lavori sono già in corso - ha dichiarato - in una struttura esistente che era stata danneggiata». 

Al momento sono cinque i Centri per il rimpatrio già attivi per un totale di circa 600 posti: Torino, Roma, Potenza, Bari Palese e Brindisi. È ancora inagibile Caltanissetta, per via dei danni causati dall’incendio scatenato in una rivolta. «Nel Cpr di Torino - ha chiarito ancora Pantalone - sono disponibili 118 posti, dovranno arrivare a 180. A Bari Palese, in Puglia, sono 126, mentre a Potenza è stata riadattata una struttura che era stata pensata inizialmente come un Cie, ma non era mai stata aperta. Ospiterà 150 persone».

Le novità riguardano il Friuli, dove la scelta è ricaduta su Gradisca d’Isonzo. È stato deciso di utilizzare una parte del centro di accoglienza adibendola a Centro di rimpatrio, con contestuale ridistribuzione sul territorio regionale degli ospiti che erano lì. Per la Sardegna, invece, il lavoro è concentrato su una ex casa mandamentale, a Iglesias. Mentre un altro centro è previsto a Mormanno, in Calabria. «Un ex campo base - ha aggiunto il prefetto - utilizzato per la costruzione della Salerno-Reggio Calabria. In Emilia-Romagna, si sta pensando a Modena, dove è in ristrutturazione un ex Cie per 60 posti». Altro Centro potrebbe trovare spazio in provincia di Brescia, a Montichiari, in una ex caserma, della quale una parte è destinata all’accoglienza dei richiedenti asilo. Tra i 100 e i 150 posti, invece, a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, dove si sta lavorando per ripristinare una ex caserma già utilizzata in passato per la prima emergenza dal Nord Africa. 

DIECI IMPIANTI
Queste, al momento, le ipotesi, anche se il capo Dipartimento spiega che si tratta di quelle per le quali c’è già un progetto in fase avanzata. Serve, naturalmente, l’ok delle Regioni. Finora il 60 per cento dei Comuni non ha accettato neanche di avere immigrati e 16 regioni su 20 hanno rifiutato anche i Cpr. Rispetto a queste nuove ipotesi mancherebbe, poi, almeno un’altra decina di impianti da individuare. Senza contare il nodo legato alla permanenza dei migranti irregolari destinati all’espulsione. Il 6 giugno Salvini aveva parlato della eventualità di ripristinare i Cie, i centri di identificazione ed espulsione, e di volerli «chiusi, affinché la gente non vada a spasso per le città». Ha garantito che i sindaci leghisti sono pronti ad accettare l’apertura di questi centri, che, per loro natura, saranno anche molto più grandi e capienti. Ma se le amministrazioni hanno rifiutato i Cpr da meno di 200 posti, è difficile credere che accoglieranno di buon grado quelli molto più vasti dei Cie, visto che gli irregolari in Italia sono 500 mila. E poi ci sono i tempi di permanenza: 90 giorni nei Cpr sono considerati troppo pochi, 18 mesi invece troppi. Una via di mezzo potrebbero essere sei mesi, tempo che andrebbe comunque approvato dal Parlamento.
  Ultimo aggiornamento: 15:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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