Migranti, giro di vite sui permessi umanitari. Il sottosegretario Molteni: «Già calati di un terzo»

Lunedì 10 Settembre 2018 di Valentina Errante
Migranti, giro di vite sui permessi umanitari. Il sottosegretario Molteni: «Già calati di un terzo»

Tagliare sull'integrazione e investire in sicurezza e rimpatri. Alla vigilia della presentazione del decreto che sarà discusso in Consiglio dei ministri entro la prossima settimana, il sottosegretario agli Interni, Nicola Molteni, spiega un altro ingrediente della ricetta del governo sull'immigrazione: «Vorremmo eliminare la possibilità del gratuito patrocinio per i ricorsi in Cassazione sulle decisioni delle commissioni provinciali in merito alle domande di asilo». Poi rivela i risultati della circolare firmata da Matteo Salvini lo scorso luglio.

«In poco più di due mesi i permessi concessi per motivi umani sono scesi dal 28 al 19 per cento». Il nodo restano però i rimpatri, con cifre molto esigue dovute alla difficoltà di creare accordi con i paesi terzi. E i numeri parlano chiaro. A fronte di 22.501 irregolari, nel 2018, i rimpatri sono stati in tutto 4.269 (con charter e navi) ma solo 1.139 persone sono state riammesse nei Paesi di provenienza. Nello stesso periodo dell'anno scorso - gli irregolari erano 30.233 - i rimpatri erano stati 4.052 e le riammissioni 1.103.

La circolare di luglio prevedeva una stretta sui permessi.
«La grande novità è che i permessi di soggiorno per motivi di protezione umanitaria, forma di tutela residuale e straordinaria, prima della circolare di Salvini erano il 28 per cento, adesso sono scesi al 19. Era diventato uno strumento diffuso per concedere di rimanere nel nostro Paese».

Gli eritrei della Diciotti vorrebbero partire, molti non hanno presentato la domanda per la protezione internazionale.
«Sono stati tutti identificati, hanno manifestato l'interesse al permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma non l'hanno chiesto tutti. Chi non è un rifugiato va espulso. Chi non vuole entrare in un percorso di protezione è destinato ai Cpr (centri di permanenza per il rimpatrio). Il fatto che siriani ed eritrei non vogliano restare sul nostro territorio è noto ed è uno dei motivi per i quali bisogna condividere la gestione con l'Europa».

Quello delle espulsioni è un argomento spinoso, le cifre sono minime.
«Siamo il Paese che rimpatria meno. Il problema è ancora l'Europa, perché dovrebbero essere accordi europei con i Paesi terzi, come è stato con la Turchia. Per molti anni i nostri governi si sono disinteressati della questione, il nostro paese rimpatria 5/6mila persone l'anno. Questa è la grande sfida di Salvini: accelerare i tempi del rimpatrio. Intanto con il decreto riportiamo a 180 giorni (rispetto ai 90 attuali ndr) il periodo di trattenimento nei cpr, che sono uno strumento fondamentale per ottenere informazioni dai paesi d'origine e avviare le procedure di rimpatrio. L'unico paese con cui abbiamo un accordo serio è la Tunisia (80 rimpatri a settimana). Oggi ci sono solo sei cpr per 880 posti. Ne apriremo altri quattro: a Modena, Milano, Gradisca d'Isonzo e Nuoro. Sui rimpatri investiremo i soldi che taglieremo dall'integrazione».

Il decreto prevede di escludere i richiedenti dal percorso di integrazione. Non è un rischio anche per il territorio?
«Mi sembra evidente che gli strumenti utilizzati finora non abbiano funzionato. Con questo decreto andiamo a ottimizzare un fenomeno fuori controllo, abbiamo la percezione che rispetto ai fondi impiegati non ci sia stato un risultato. L'integrazione presuppone che un soggetto voglia integrarsi, la lingua e i corsi professionali sono fondamentali. Ma l'inclusione riesci a farla su una quota, piccola, per avere più integrazione devi fare meno accoglienza. Su 119mila difficilmente posso avere la capacità di integrare».

Non si rischia che chi attenda l'esito di un ricorso e non sia incluso in un progetto viva per strada?
«Abbiamo limitato gli sbarchi, grazie alle politiche di Salvini e agli accordi con la Libia, troveremo altri strumenti per limitare i ricorsi, come escludere il gratuito patrocinio in Cassazione. Dopo un diniego vanno tutti alla suprema Corte, che è intasata».

Il decreto prevede anche di aumentare i reati che comporteranno la revoca dello status di rifugiato. Ma bisognerà aspettare il terzo grado di giudizio.
«Sul punto abbiamo intenzione di forzare per revocarlo già al primo grado di giudizio».

Ultimo aggiornamento: 13:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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