Migranti, il nuovo fronte: i profughi che la Francia ci rimanda

Sabato 17 Marzo 2018 di Cristiana Mangani
Sono poco più di 180 mila i migranti presenti in Italia e ospitati nelle strutture di accoglienza. Favoriti da un piano immigrazione che sembra aver funzionato, ora incombe la minaccia della bella stagione e di una Libia senza più controllo. Ma come funziona il nostro sistema? All'arrivo sulle coste viene avviata la prima assistenza e l'identificazione di chi è stato soccorso in mare. E questo viene fatto negli hot spot, strutture che sono state varate dalla Commissione europea nel 2015. Cinque gli impianti: a Trapani, Pozzallo, Taranto, Messina e Lampedusa, anche se in questi giorni il centro nell'isola siciliana è stato chiuso per ristrutturazione e gli ospiti sono stati trasferiti.

LE ADESIONI
Il piano dell'immigrazione voluto dal ministro Minniti punta molto sul sistema di accoglienza Sprar, che è quello per i richiedenti asilo e i rifugiati, ma il progetto non decolla fino in fondo per la resistenza dei sindaci. Alla fine dello scorso anno erano 3444 i Comuni interessati dai centri di accoglienza mentre erano 1200 i Comuni interessati dal sistema Sprar. Il 73 per cento è sotto i 50 mila abitanti, mentre hanno risposto all'appello tutte le 14 città metropolitane. L'aumento dell'adesione ha portato anche a una crescita nella capienza delle strutture: negli ultimi sei anni c'è stato un più 800 per cento di presenze. E oggi gli ospiti sono 36 mila.

Buona parte degli altri immigrati arrivati nel nostro paese si trova nei Cas, che sono Centri di accoglienza straordinari predisposti per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie o nei servizi messi a disposizione dagli enti locali, in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti asilo. Al momento costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza. La permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture di seconda accoglienza. Ma non sempre è così. Per questo la direttiva generale del Viminale evidenzia che «nella valutazione delle richieste di riconoscimento della protezione internazionale, o anche per agevolare i rimpatri nel caso in cui si accerti la mancanza di diritto a restare in Italia, è importante ampliare la rete dei centri di trattenimento, che sono i Cpr, ovvero Centri di permanenza per il rimpatrio». Praticamente gli ex Cie, Centri di identificazione ed espulsione, che sono stati gradualmente chiusi. Ne rimangono solo 4 operativi sul territorio.

Un duro colpo al sistema dell'accoglienza, comunque, viene dato dall'incremento esponenziale degli arrivi dagli Stati membri. Viene specificato nella direttiva ministeriale che questo avviene, «sia per effetto del regolamento di Dublino, sia per il fenomeno del tutto nuovo di richiedenti asilo che si spostano nel nostro paese per avere ulteriori possibilità di riconoscimento di una qualche forma di protezione».

RELOCATION
Quindi, non soltanto Austria, Svizzera, ma soprattutto Francia, hanno triplicato le richieste di rimpatrio in Italia nell'ultimo anno. Ma c'è anche chi, pur non avendo diritto all'asilo, magari con in mano un decreto di espulsione, decide di cambiare regione per chiedere nuovamente la protezione. E allora - dice il ministro - «sono decisivi gli interventi volti a rappresentare gli interessi italiani nell'ambito della revisione normativa del Ceas, ovvero il Common european asylum system, e in particolare proprio del regolamento di Dublino, anche alla luce dell'esperienza maturata con la relocation». Una relocation della quale l'Italia ha potuto godere molto poco. © RIPRODUZIONE RISERVATA