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Mattarella, l'argine al ministro anti-Ue poi la carta rassicura Mercati

Mattarella, l'argine al ministro anti-Ue poi la carta rassicura Mercati
di Marco Conti
4 Minuti di Lettura
Lunedì 28 Maggio 2018, 07:12

Le ha provate tutte, difficile non ammetterlo dopo 84 giorni. Nei colloqui con Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che hanno preceduto l'arrivo al Quirinale di Giuseppe Conte, Sergio Mattarella lo ha sottolineato ricordando anche le critiche gli sono piovute addosso per aver affidato l'incarico ad uno sconosciuto avvocato, non eletto, che avrebbe dovuto guidare un governo politico con un programma già stilato e una lista dei ministri prendere o lasciare.

IL FUMO
Stanco, ma convinto di aver fatto ciò che era in suo dovere, Sergio Mattarella nel discorso di ieri sera ha raccontato buona parte delle ultime ore che hanno preceduto la rinuncia all'incarico di Conte. Soprattutto nel passaggio dove ricorda di aver chiesto «per il ministero dell'Economia l'indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con il programma». Il nome di Giancarlo Giorgetti Mattarella non lo ha fatto in pubblico, ma a Salvini lo aveva chiesto poche ore prima, forte anche del via libera di Di Maio. Così come che, in alternativa, fosse lo stesso Conte a prendere l'interim del Mef in attesa di trovare un nome adatto a convincere gli investitori che proprio oggi dovrebbero sottoscrivere l'ennesima asta di titoli di Stato messi sul mercato da via XX Settembre per coprire il debito pubblico. Ed invece la risposta è stata negativa, seppur fumosa e molto rispettosa da parte di Salvini e Di Maio che hanno ringraziato Mattarella salvo dare, poco dopo, fuoco all'artiglieria.
La debolezza politica del premier incaricato non era una novità, ma ciò che ha sorpreso Mattarella è la difficoltà incontrata da Di Maio a far valere il suo 32% rispetto ad un alleato che di fatto ha imposto tempi e persone. «Non comprendo l'impuntatura di Salvini», ha sostenuto il leader grillino salutando il Capo dello Stato. Con un premier debole e un ministro dell'Economia come Paolo Savona legatissimo a Salvini, quelle rassicurazioni che il presidente della Repubblica aveva posto come condizione (Europa e Alleanza Atlantica), non avevano un garante in grado di convincere gli investitori e tutelare il risparmio delle famiglie. Il veto su Giorgetti da parte di Salvini è stato di fatto l'ultima mediazione che è stata tentata nel primo pomeriggio di ieri da Conte e Mattarella. Ed è proprio sull'Economia che Salvini ha fatto saltare l'intesa grazie alla tenacia di un professore, ex ministro e grande teorico della possibilità di uscita dall'euro, che ha preferito non fare passi indietro, come al Quirinale qualcuno si aspettava, pur di far esplodere uno scontro istituzionale senza precedenti.

Ma c'è un'altra questione che a Mattarella sta a cuore e che ieri ha sostenuto nel suo discorso. Ovvero che non sarà lui a decidere, con un decreto di nomina di un ministro, l'uscita dell'Italia dalla moneta unica. Per verificare se gli italiani lo vogliono, sia quindi oggetto della prossima campagna elettorale visto che «non è stato in primo piano» in quella del 4 marzo. Le fandonie sull evolontà della Merkel o sulle presunte pressioni di Bruxelles o Francoforte non impressionano Mattarella. Certamente non come i warning contenuti nei report degli investitori che parlano di «un crescente rischio Italia» e che tanto più avrebbero trovato forse oggi conferma in borsa e sui mercati finanziari, se dal Quirinale ieri sera non fosse stato fatto in tutta fretta il nome di Carlo Cottarelli, europeista convinto, che oggi salirà al Colle per cercare di mettere su un governo di tre mesi per portare il Paese alle urne ad ottobre. Una scelta, quella di Cottarelli, preferita a quella istituzionale dei presidenti delle Camere, che risponde proprio all'esigenza di rassicurare gli investitori dopo la lunga incertezza e i proclami dell'abortito governo sovranista.

Alla spregiudicatezza con la quale è stata giocata una partita molto complicata, Mattarella ieri sera ha messo fine chiamando un economista molto apprezzato all'estero e anche dai due partiti che hanno tentato di mettere su un governo che - econdo le agenzie di rating - avrebbe fatto esplodere il debito pubblico e portato lo spread alla quota indicata più volte dal professor Savona buona per spingere il Paese fuori dalla moneta unica.
Resta l'amarezza per un tentativo di governo politico fallito e per il ribaltamento che, soprattutto Di Maio, fa poche ore dopo essere uscito dal Quirinale dei suoi rapporti con Mattarella. Il ritorno in campo di Di Battista e la lunga serie di errori del leader grillino non sorprendono il Quirinale che conta in settimana di dare al Paese un governo lasciando al Parlamento ogni decisione. Come promesso non sarà infatti Paolo Gentiloni a portare il Paese al voto. Tantomeno avrebbe potuto farlo Giuseppe Conte, malgrado l'avvocato abbia chiesto a Mattarella di mandare il suo governo alle Camere. Ciò che ieri sera è stata preservata è la forza dell'istituzione Quirinale, che non può subire imposizioni e che ha nel presidente della Repubblica il massimo difensore dell'Italia e del suo sistema fatto di famiglie e di imprese. Gli sfoghi serali di Di Maio, che per la seconda volta, è rimasto incastrato da Salvini, non preoccupano. Oggi c'è l'asta dei titoli di Stato, ed era importante non andasse deserta anche se non sarà facile metter su un governo di tre mesi con ministri che dovranno subire le contumelie delle destre grilline e leghiste.
 

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