Maria Elena Boschi: «La riforma semplifica la vita e ci farà cambiare questa Ue»

Sabato 29 Ottobre 2016 di Barbara Jerkov
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Oggi Pd in piazza a Roma per dire sì alle riforme del governo.
Ma il Pd è tutt’altro che unito, ministro Boschi.
«Abbiamo scelto di ritrovarci tutti insieme in piazza del Popolo per dire come vogliamo cambiare l’Europa. E su questo speriamo che ci sia tutto il Pd. Arriveranno tantissime persone da tutt’Italia, anche io arriverò da Firenze in treno con la nostra gente. Sarà un bel momento per stare insieme».

Renzi ha sempre legato la credibilità dell’Italia in Europa alla realizzazione delle riforme. Quanto questi due temi sono legati?
«In questi 30 mesi abbiamo affrontato tante riforme importanti, non perché ce lo chiedesse qualcuno da fuori ma perché era giusto farle per gli italiani. Il nostro Paese si era bloccato. Come un’auto rimasta senza benzina: quello che abbiamo fatto è stato rimettere la benzina in questa macchina per farla ripartire. Forse non va veloce come vorremmo, ma è ripartita. E sono state riforme coraggiose, quella della Costituzione e della legge elettorale, ma non solo. Dalla Pa alle unioni civili, dalla riduzione delle tasse, al mercato del lavoro, alla scuola agli ecoreati. Ora abbiamo sicuramente la forza per dire in Europa che vogliamo che anche l’Europa cambi. E’ ovvio che un’Italia che fa le riforme, e un Paese più stabile a livello di governo com’è stato in questi 30 mesi, ci aiuta a poter chiedere con determinazione un cambio di marcia a Bruxelles per una Ue che sia più giusta e più vicina ai cittadini. E’ questo il vero tema della manifestazione di oggi: un’Italia più forte per un’Europa più giusta».

Il nodo del referendum costituzionale, però, resta la partita-clou del governo. Ministro, se lei dovesse riassumere la portata di questa riforma a chi non la conosce, cosa direbbe?
«E’ una riforma che consente di avere un Parlamento eletto dai cittadini che decide in tempi certi e più rapidi. Questo grazie al superamento del bicameralismo paritario, senza più il ping pong tra tra le Camere. Non vuol dire, sia chiaro, poter produrre più leggi, non è questo ciò di cui il Paese ha bisogno. Però una legge è un modo per dare risposte alle esigenze concrete dei cittadini, delle famiglie, per cui occorre approvarla nel momento in cui serve e non con anni di ritardo. La riforma chiarisce anche meglio cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni: su alcune materie non decideranno più in modo differenziato 20 Regioni, facendo impazzire i cittadini per districarsi in quel groviglio. E’ una svolta che interessa da vicino la vita delle persone, famiglie, imprese».

Mi fa un esempio concreto? «Se un ragazzo fa tre anni di apprendistato nel Lazio come tornitore e poi decide di trasferirsi in Emilia, oggi magari deve ricominciare da capo perché l’Emilia non è detto che riconosca l’apprendistato svolto in Lazio. Dire che c’è una regola che vale per tutt’Italia vuol dire meno burocrazia e più opportunità. La riforma riduce anche i costi della politica e non mi sembra un argomento secondario. Non è secondario ridurre di un terzo il numero dei parlamentari che ricevono un’indennità, abolire il Cnel, tagliare gli stipendi dei consiglieri regionali e dire basta a finanziamenti pubblici ai gruppi nei consigli regionali. E infine è una riforma che introduce anche nuovi strumenti di democrazia diretta, di partecipazione dei cittadini alla vita democratica e delle istituzioni».

Una delle critiche che viene fatta alla riforma è la complessità, per alcuni farraginosità, del nuovo testo. L’art.70 sulla funzione legislativa in Costituzione è espresso con 9 parole, nella sua riforma conta 79 righe...
«Meglio impiegare più parole per spiegare come funzionerà il nuovo procedimento legislativo che restare col sistema attuale. Meglio 5 minuti in più per leggere il nuovo art.70 che tre anni per approvare una legge».

Ma quattro diverse procedure costituzionali per fare una legge non sono un po’ troppe?
«E’ ovvio che se devi differenziare cosa fa una Camera rispetto all’altra ci vogliono molte più parole: la Costituzione tedesca, dedica sei articoli alla procedura legislativa e assai più parole di noi. Abbiamo preso tutte le leggi che in questa legislatura sono state approvate almeno in un ramo del Parlamento. Al netto della riforme costituzionali, il 97% delle leggi ordinarie se la riforma fosse stata già in vigore sarebbe stato approvato dalla sola Camera in via definitiva e con tempi certi. Non è una semplificazione vera, questa, per la vita di tutti?».

Un’altra critica, tutta politica, alla riforma, è quella che insieme alla legge elettorale darebbe vita a un sistema autoritario. Cosa risponde?
«Molto politica, effettivamente. Perché se anche andiamo a leggere il documento dei 56 costituzionalisti per il No, si trova scritto espressamente che non ci sono rischi di questa presunta deriva autoritaria. E’ tutta una polemica politica, non basata su alcuna realtà giuridica. La riforma non solo non cambia i poteri del premier e del governo, ma non tocca nemmeno l’indipendenza della magistratura, non tocca il ruolo centrale del Parlamento né, tantomeno, i pesi e contrappesi previsti dalla nostra Carta. Né vedo rischi in una legge elettorale che si limita a dire che la maggioranza dei parlamentari, una maggioranza di 24 deputati, limitata e certa fin dall’inizio, viene scelta direttamente nelle urne dai cittadini».

A questo proposito, nel Pd si sta discutendo di una modifica dell’Italicum per togliere il doppio turno. La condivide? «Il punto non è il ballottaggio ma la legge elettorale nel suo insieme. Abbiamo dato ampia dimostrazione di disponibilità a cambiarla, pur restando convinti che l’Italicum sia una buona legge. Ovviamente per modificarla servono i numeri e quindi, non solo un confronto nel Pd, ma anche con le altre forze politiche. Discutiamo di legge elettorale, ma la priorità ora resta il referendum».

Ma una nuova legge elettorale è strettamente connessa, per parte dello stesso Pd, al voto referendario.
«Per cambiare la legge elettorale ci vuole un accordo in Parlamento, ma non è che la riforma costituzionale sia più o meno buona in base alla legge elettorale, perché funzionerebbe anche se cambiassimo l’Italicum».

Dunque il referendum, poi si discute del resto. Ma il 5 dicembre cosa accade? Vediamo le due possibilità: se vincono i Sì? «L’Italia si sveglia con un Paese più moderno e più semplice. Ma ci sarà da darsi da fare per l’attuazione della riforma, innanzitutto con la legge elettorale per il nuovo Senato, poi con le modifiche che derivano dalla nuova Costituzione, ci rimboccheremo le maniche».

E se viceversa dovessero vincere i No? In questi mesi il premier ha detto cose differenti, dimissioni, non dimissioni... «Il 4 dicembre vincerà il Sì e ci stiamo impegnando per questo. Se vincerà il No, il problema non sarà il futuro di Renzi ma dell’Italia. Quelli del No sono uniti solo dalla polemica».

C’è chi pensa che comunque vada a finire, con i Sì o con i No, a marzo si voterà. C’è del vero?
«I retroscena li lascio a voi giornalisti. Sono impegnata, nel mio piccolo, a fare tutto quello che posso per spiegare cosa c’è dentro questa riforma. Non ci possono volere 14 autorizzazioni differenti, oltre alla Scia, per iniziare un’attività come artigiano; una siringa non può costare 10 centesimi in una Regione e 2 euro in un’altra; e con la riforma possiamo risparmiare 500 milioni l’anno».

E che ne sarà, ministro, di quegli esponenti del Pd che stanno facendo campagna per il No?
«A me dispiace che ci siano persone che hanno votato Sì per tre volte in Parlamento e ora hanno cambiato idea. Sono loro che dovranno spiegarlo ai cittadini, è un problema di coerenza. Il congresso del Pd sarà nel 2017. Non possiamo fare del referendum l’anticipazione del congresso Pd perché in gioco c’è qualcosa di più grande: il futuro dell’Italia».

Ma potrebbero esserci sanzioni nel partito per chi vota No?
«Saranno i cittadini e gli iscritti del Pd a giudicare la loro coerenza, così come i tanti volontari che anche quest’anno hanno sacrificato le ferie per dare una mano alle feste dell’Unità».

Ministro, un’ultima domanda. Da qualche mese lei è sembrata essere meno, come dire, visibile. Non è che sono state le vicende di Banca Etruria a suggerire un suo passo di lato dalla scena?

«Un giorno mi viene detto che sono troppo visibile, il giorno dopo che sono invisibile. Per me al primo posto viene il lavoro come ministro in Parlamento e fuori per tutti i cittadini, a prescindere da come votano al referendum. Il weekend prendo e vado in giro a parlare della riforma tra la gente. Lo scorso fine settimana in Campania, Puglia e Molise con 6 iniziative in 6 città differenti. Ma sa qual è la cosa più bella? Il fatto che siamo in tanti a farlo. Parlamentari, ministri, sindaci ma soprattutto tanti comuni cittadini che ci stanno dando una mano perché credono che si possa cambiare anche in Italia. E il prossimo fine settimana aspettiamo tutti alla Leopolda, a Firenze». 
Ultimo aggiornamento: 15:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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