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Lombardia e Veneto/ Trattenere i tributi al Nord rompe il patto costituzionale

di Gianfranco Viesti
5 Minuti di Lettura
Martedì 17 Ottobre 2017, 01:06

Domenica in Lombardia e in Veneto si vota sui soldi. Scopo del referendum è infatti quello di trattenere sul territorio delle due regioni una quota maggiore del gettito fiscale, sottraendolo alla fiscalità nazionale e quindi a tutti gli altri cittadini italiani. 

Non sembri un’interpretazione forzata. È quanto esposto a chiare lettere, onestamente, dai suoi promotori. Si guardino ad esempio la deliberazione della Giunta Regionale del Veneto del marzo 2016 con cui si indice il referendum, o la più recente mozione approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia lo scorso 13 giugno. Come scritto in quest’ultimo documento, la maggiore autonomia sarebbe “a beneficio esclusivo del grande popolo lombardo che si vedrebbe così sgravato, grazie all’autonomia fiscale, di ampie porzioni di fiscalità regionale (bollo auto, aliquota regionale Irpef ecc.) e godrebbe di uno spettro maggiore di servizi e di un’assistenza rafforzata”. Ma non finisce qui: perché il presidente della Regione Lombardia è impegnato a convocare un tavolo, dopo lo svolgimento del referendum, composto da tutte quelle regioni che vantano un credito annuale nei confronti dello Stato centrale, per costituire un “Fronte del residuo fiscale”, “applicando il sacrosanto principio, ormai non più trascurabile, che le risorse rimangano nei territori che le hanno generate”. 
Lo scopo sono le risorse, non le maggiori competenze per le regioni.

Questo spiega perché viene convocato un referendum del tutto inutile, dato che il processo di attribuzione di maggiori competenze alle regioni a statuto ordinario, così come previsto dall’articolo 116 della Costituzione, non lo richiede. E se le competenze fossero così importanti, perché il referendum non specifica (a differenza di una recente iniziativa della regione Emilia-Romagna) su quali materie Lombardia e Veneto vorrebbero più autonomia? In quali ambiti si ritiene che sia meglio essere amministrati dalle autorità regionali invece che da quelle centrali? Discorso serio, interessante: che riguarda l’organizzazione migliore delle politiche pubbliche, la ripartizione ottimale dei poteri fra stato e regioni, e la possibilità di un’organizzazione differenziata sul territorio nazionale, grazie all’esistenza di entità amministrative (come le attuali regioni a statuto speciale) che hanno più poteri di altre. Ma non è questo in discussione: ottenere nuove competenze in sé non cambia molto sul piano finanziario; le stesse risorse che un intervento statale destina ad uno specifico territorio, sarebbero ora gestite dall’Amministrazione regionale. 

Peraltro, come ha notato recentemente quello che è forse il massimo esperto italiano di questi temi, Alberto Zanardi ora componente dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, “per la grande maggioranza delle materie trasferibili la spesa aggiuntiva da finanziare a livello regionale sarebbe in realtà piuttosto modesta”, con l’importante eccezione dell’istruzione scolastica.
Il voto è politico, e il punto centrale è il “residuo fiscale”. Si tratta di questo, in termini molto semplificati. Per il dettato costituzionale, ogni cittadino è tenuto a pagare, in misura progressiva, le tasse sul proprio reddito: i ricchi pagano (in teoria…) di più. Ma ogni cittadino ha alcuni diritti fondamentali (ad esempio l’istruzione o le cure sanitarie) indipendentemente dal suo reddito. Quindi lo stato nazionale, come in tutti i paesi europei, svolge una fondamentale azione redistributiva: con le tasse dei cittadini più abbienti finanzia i servizi per tutti. Si badi bene: il principio costituzionale riguarda la redistribuzione fra cittadini, non fra territori. Ma in un paese come l’Italia, la distribuzione territoriale dei ricchi e dei poveri non è omogenea. In Lombardia ci sono relativamente più ricchi: quindi il gettito fiscale complessivo dei cittadini lombardi è superiore alla spesa complessiva per tutti i servizi pubblici di cui essi si giovano. La differenza, che può essere calcolata non senza qualche problema, è il residuo fiscale. Le stime variano molto. L’impatto territoriale della redistribuzione fra i cittadini è sensibile, in Italia, così come in Germania e in Spagna, paesi che hanno ampie disparità regionali. Lo sanno bene i Catalani, che con la richiesta di indipendenza mirano sostanzialmente allo stesso obiettivo.

Stime della Banca d’Italia mostrano che il residuo fiscale dell’intero Centro-Nord è sensibile, circa il 6% del PIL nazionale: per due terzi a vantaggio del Mezzogiorno e per un terzo a finanziare l’avanzo fiscale dei conti pubblici; e mostrano anche come l’effetto redistributivo a favore dei cittadini meno abbienti del Sud si sia ridotto negli ultimi anni. Un recente fascicoletto propagandistico della Regione Lombardia presenta per la regione addirittura la cifra di 54 miliardi all’anno, che appare molto superiore a stime di altre fonti (anche la metà). Una cifra che, naturalmente, mira a “ingolosire” l’elettore. Quante cose si potrebbero fare in Lombardia con questi soldi: cominciando dal pagare meno tasse! Il punto è che questo modo di ragionare, con la stessa logica catalana, mette in discussione i principi costituzionali, l’esistenza e le finalità del nostro stato nazionale: il patto fra tutti i suoi cittadini che è contenuto nella Carta Costituzionale. I cittadini italiani hanno gli stessi diritti, e gli stessi doveri, indipendentemente da dove nascono. Potrebbe essere adoperato dai cittadini milanesi, per non ripartire il loro gettito fiscale con gli altri lombardi; o dai cittadini del centro di Milano, per non condividerlo con quelli delle periferie…
Molte forze politiche stanno prendendo sottogamba il referendum, mirando a non perdere voti “né qui né là”. Stanno forse commettendo un grave errore. 

Domenica si vota su questioni molto importanti sulle quali è fondamentale discutere e prendere posizione. Si vota su quale significato abbia, per gli elettori del lombardo-veneto, essere cittadini italiani; e quanto contino per loro il portafoglio o il cuore e la ragione. Si vota su grandi temi politici destinati a restare, anche dopo domenica: da un lato, il crescente malessere dei cittadini delle aree più ricche d’Europa, e il loro crescente egoismo; dall’altro il ruolo degli stati nazionali e il sentimento di cittadinanza, le disuguaglianze e la redistribuzione. Un referendum da non prendere sottogamba.

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