Martina lascia il ministero. Ok del Pd all'esecutivo di scopo

Mercoledì 14 Marzo 2018 di Barbara Acquaviti
Una chiusura, l'ennesima, nei confronti di Luigi Di Maio, definito «arrogante». Un'apertura, pur ridimensionata, verso un governo di scopo sotto l'egida di Sergio Mattarella. Il giorno dopo la direzione che ha sancito l'addio di Matteo Renzi alla segreteria e la designazione di Maurizio Martina come reggente, nel Pd il discorso sui futuri assetti istituzionali non sembra ancora chiuso. La linea del «siamo all'opposizione, tocca a Salvini e Di Maio l'onere di dare un governo al Paese», ha trovato l'accordo di tutte le correnti, con l'eccezione degli uomini vicini a Michele Emiliano. Una posizione ribadita per l'ennesima volta da Martina che, come primo atto, riunisce i segretari regionali e si dimette da ministro dell'Agricoltura, con Paolo Gentiloni che assume l'interim.

LO SPIRAGLIO
Ma, un po' a sorpresa, ad aprire uno spiraglio su uno scenario in cui i dem non sarebbero soltanto spettatori è Graziano Delrio, uno dei nomi più gettonati per la prossima segreteria, anche se lui nicchia: «Ci sono altri più capaci». Se Mattarella facesse una chiamata alla responsabilità del Pd, chiedendo di entrare nel governo? «Valuteremo. Il presidente risponde il ministro delle Infrastrutture - ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione. Noi siamo disponibili ad ascoltare, diversamente da quello che hanno fatto Lega e M5S nel corso dell'ultima legislatura». Parole che suonano immediatamente come un pertugio nella posizione apparentemente granitica tracciata dal reggente, e ancora prima dettata da Matteo Renzi. Tanto che lo stesso Delrio corregge il tiro, spiegando di essere stato «travisato» e rinviando ai punti fermi fissati nel documento varato dalla direzione.
L'uscita sortisce però l'effetto di riaprire il dibattito sulle prossime mosse del Pd, chiamato in causa da una parte dal Movimento5stelle e dall'altra da Silvio Berlusconi. Sulla compattezza della linea emersa dalla direzione, in fondo, pesa anche il rischio di nuove elezioni, scenario ben presente tanto tra i renziani quanto nei leader delle minoranze, e in particolare in Dario Franceschini. Mentre Andrea Orlando chiede di non arroccarsi nell'Aventino istituzionale. «Bisogna evitare di dire: abbiamo perso, arrangiatevi. Dobbiamo partecipare è la sua idea - alla definizione dei presidenti di Camera e Senato». Il reggente si dice «aperto» su questo punto al «confronto in Parlamento», ma nega che ci siano stati «contatti tra Pd e Movimento5stelle» per lo scranno più alto di Montecitorio.

LE POSIZIONI
D'altra parte, sulle guide dei gruppi parlamentari - e dunque sulle prossime mosse da compiere sullo scacchiere istituzionale - è già partita la guerra dei numeri tra renziani e non (con Orlando che torna ad attaccare Renzi: «Abbiamo perso tutti, a il responsabile è Matteo»). C'è però un altro aspetto: tra i big Pd c'è una corsa a mostrare ascolto e rispetto nei confronti del Colle. In fondo, la sortita di Delrio va letta anche così. «Noi sottolinea Martina - non abbiamo il diritto di strattonare il presidente della Repubblica, le sue prerogative e i suoi indirizzi. Non è giusto farlo». Nella strategia renziana resta tuttavia un punto fermo, quello del no a un governo con il Movimento5stelle. E' Martina a ribattere punto su punto a Luigi Di Maio che, incontrando la stampa estera, accusa il Pd di pensare soltanto ai suoi problemi interni e attacca Pier Carlo Padoan. «Le parole di Di Maio sono solo arroganti e per niente utili all'Italia. Altro che responsabilità. Insulta il ministro dell'Economia che ha garantito la tenuta del Paese e la sua ripartenza per poi predicare dialogo: una farsa. Di Maio dovrebbe accorgersi che il tempo della propaganda è finito». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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