L’ultima tentazione/Se la Lega riapre il doppio forno col centrodestra

Mercoled├Č 16 Maggio 2018 di Alessandro Campi
La tattica senza strategia si chiama tatticismo. Di Maio e Salvini hanno dimostrato in queste settimane di esserne i campioni, per come si sono mossi, con abilità e non poca spregiudicatezza, dentro uno scenario politico parecchio complicato, popolato di avventurieri e avventizi, ma anche di vecchie e navigate volpi. Ma un conto sono le trattative e le discussioni con le altre forze politiche, o le dichiarazioni pubbliche a uso della stampa e dell’opinione pubblica, nelle quali è consentito divagare e giocare a confondere le acque.


Altra cosa è provare a far nascere un governo e volerne assumere la guida sulla base di un programma che per definizione deve essere credibile e fattibile. In questo caso non bastano gli espedienti, servono idee chiare e comportamenti minimamente coerenti.

Non è solo un problema di regole e procedure costituzionali da rispettare alla lettera, come in questi giorni si è spesso segnalato da parte di molti osservatori con una certa pedanteria: partiamo dall’assunto che anche i due giovani leader conoscano gli articoli fondamentali della nostra Carta a proposito di compiti e funzioni di un Presidente del Consiglio e delle prerogative spettanti al Quirinale. Se qualche forzatura c’è stata, ad esempio la pretesa di anteporre la definizione del programma all’individuazione del nome del premier che dovrà farsene interprete ed esecutore, è perché gli equilibri parlamentari sono oggettivamente inediti e difficile da comporre, come si è visto, secondo le procedure tipiche di una democrazia consensuale. Resta comunque il problema fondamentale col quale Di Maio e Salvini, dopo molti equilibrismi e troppe dilazioni, debbono ora misurarsi: un problema di scelte e obiettivi, di strumenti e persone. Cosa vogliono esattamente? Che intenzioni hanno, per sé e per l’Italia?

Si dice che un governo giallo-verde sarebbe un mostro senza pari in Europa, persino un pericolo per il futuro della democrazia (oltre che un pessimo esempio per il resto d’Europa). In realtà è l’unica formula politica, per quanto eccentrica e difficile da realizzare, giustificata dal voto degli italiani e dunque con una sua razionalità. Tutte le altre soluzioni, oltre a non avere i numeri sufficienti a sostenerle, sarebbero soluzioni di tipo vagamente tecnico-emergenziale destinate fatalmente ad accrescere i cattivi umori popolari e il risentimento degli elettori verso le istituzioni.
Lega e M5S sono stati massicciamente votati in nome del cambiamento, che di per sé è però qualcosa d’estremamente vago: uno stato d’animo che nasce dall’insoddisfazione più che un fine politico sostenuto da un calcolo minimamente razionale. Probabilmente l’impasse di queste ore nasce anche dal fatto, sottovalutato in precedenza dai diretti interessati sulla base di una convergenza che è stata più generazionale che politica, che su molte materie si è scoperto diverso il loro modo d’intendere il cambiamento. Un comune disgusto verso il passato (che certo accomuna leghisti e grillini rispetto alla vecchia politica e ai suoi protagonisti) non definisce un comune progetto per un futuro da costruire insieme. Uscendo l’altro giorno dal Quirinale lo ha riconosciuto lo stesso Salvini: ad alcuni dei problemi individuati di comune accordo si tende a dare soluzioni di governo divergenti. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se, dopo tanto discutere intorni ai tavoli tecnici, si troverà quella minima sintesi programmatica che può giustificare, in primis agli occhi del Capo dello Stato, la fatica di un incarico, di un governo da sottoporre a giuramento e di un voto parlamentare di fiducia. 

Di fatto, un cammino che appariva faticoso ma con buone possibilità di riuscire rischia ora di divenire impervio, defatigante e in prospettiva fallimentare. Tornando alle parole di Salvini dopo il suo colloquio col Capo dello Stato, si è sentito come puzza di bruciato mentre le pronunciava, s’è avuta l’impressione come di un atroce dubbio politico che all’improvviso si deve essere insinuato nelle teste del leader leghista e del suo gruppo dirigente. Sino all’altro giorno ci si è interrogati sullo snaturamento che potrebbe derivare al mondo grillino da un accordo con la Lega, col conseguente malumore dei suoi elettori in gran parte provenienti dalla sinistra. Ma esiste anche il problema contrario: lo snaturarsi potenziale del sovranismo leghista, che nei sondaggi sembra peraltro volare grazie anche alle posizioni intransigenti di Salvini in materia di immigrazione e legittima difesa, a contatto con quel curioso mix di umanitarismo terzomondista e post-nazionalismo, di pragmatismo paleodemocristiano e radicalismo democratico, rappresentato dal M5S. Senza dire di come potrebbero mai intendersi i leghisti che sono maggioranza nel nord produttivista con i grillini che per il Sud chiedono politiche assistenzialiste e investimenti di Stato.

C’è poi da considerare il pressing, sempre suadente, avviato dal Cavaliere dopo essere tornato politicamente agibile. I rapporti di forza interni al centrodestra difficilmente cambieranno nel prossimo futuro, anche se i pretoriani di Berlusconi sostengono il contrario pensando che i fasti elettorali del passato possano replicarsi all’infinito. Il leghismo come cultura politica, mentalità e linguaggio (sicurezza, identità, euroscetticismo, territorialismo, ecc.) s’è ormai largamente mangiato il moderatismo cristiano-liberale incarnato da Forza Italia e sempre rimasto l’ideologia blanda dietro la quale si nascondeva una sorta di culto del capo. Ma la possibilità che il centrodestra, in caso di ritorno al voto anticipato, possa fare il botto nelle urne come coalizione, partendo dal sostanzioso 36% dello scorso marzo, è una possibilità reale, che i sondaggi più recenti peraltro confortano. Perché far nascere un difficile governo con il M5S, nel segno generico di un cambiamento che rischia di restare una parola vuota, quando se ne potrebbe far nascere uno più omogeneo e sperimentato tutto interno al centrodestra, largamente benedetto dagli elettori? 
Abbiamo discusso per giorni, biasimandoli come una furbata degna della Prima Repubblica, i due forni tenuti aperti da Di Maio: verso la Lega e verso il Pd. Ma è esattamente la condizione nella quale si trova ora Salvini: proverà comunque a fare un governo con i grillini, sapendo però di avere un’alternativa già pronta e per lui forse persino più conveniente.
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