Conte frena gli alleati su flat tax e "reddito": «Così non reggiamo»

Lunedì 3 Settembre 2018 di Marco Conti
«Non reggiamo flat-tax e reddito di cittadinanza». Il premier Giuseppe Conte ne è convinto e lo va ripetendo a palazzo Chigi, mentre Luigi Di Maio rilancia sul primo tema e i leghisti continuano a sostenere che va sforato, o quasi, il parametro del tre per cento. Un pressing continuo che allarma, come ha scritto l'agenzia di rating Fitch venerdì sera. Una spinta continua, quella esercitata dai due partiti che appoggiano la maggioranza, che fa registrare qualche sfumatura ma che non attenua il braccio di ferro interno alla maggioranza su chi riuscirà a piantare più bandierine nella manovra di bilancio.

L'ATTESA
Di Maio anche ieri è tornato a dire che nella manovra «deve partire il reddito di cittadinanza e che i cittadini vengono prima del rating ». Ha poi indicato la platea minima verso la quale va orientata la misura che potrebbe costare un paio di miliardi e che si cercherà di finanziare anche con il fondo sociale europeo oltre con gli stanziamenti del reddito di inclusione. Ma se il M5S è pronto ad accontentarsi della partenza del reddito di cittadinanza, più di rottura è la linea della Lega che non sembra avere nessuna intenzione di lasciare all'alleato la possibilità di incassare, attraverso la manovra di bilancio, quei consensi persi o sbiaditi dopo settimane di discussione sui migranti.
La settimana che si apre sarà quindi importante per capire quale verso prenderà prima la nota di aggiornamento al Def e poi la legge di bilancio. A Palazzo Chigi è forte l'attesa per come i mercati e lo spread reagiranno oggi alle valutazioni di Fitch, e in vista del consiglio dei ministri del pomeriggio - durante il quale si farà anche una prima analisi anche del decreto anticorruzione - si cercava ieri di capire come orientare il dibattito interno alla maggioranza nel tentativo di non spaventare ulteriormente gli investitori.

Dopo aver lasciato per qualche giorno ai suoi il compito di mandare messaggi incendiari all'Europa, Salvini ieri è tornato a sostenere che l'Italia sfiorerà «dolcemente il 3% senza superarlo». In linea con quanto sostenuto nei giorni precedenti dai suoi. Sabato era toccato a Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera, replicare alle rassicuranti parole del ministro Tria e il giorno dopo il viceministro all'Economia Massimo Garavaglia ha affermato senza mezzi termini che l'Italia sforerà il tre per cento.
Affermazioni che contrastano con la linea prudente che si intende seguire a palazzo Chigi, ma che potrebbero non tranquillizzare gli investitori prima di preoccupare Bruxelles. D'altra parte all'eventuale sforamento la Commissione europea potrebbe reagire con una procedura d'infrazione che ha tempi lunghi, ma il problema, come ricordano a palazzo Chigi, è reggere lo spread che è ora a quota trecento e che se salisse ancora potrebbe creare seri problemi di liquidità ad un Paese che ogni anno va a caccia sui mercati finanziari di 400 miliardi per sostenere il debito. Preoccupato l'ex ministro Pier Carlo Padoan secondo il quale la situazione «potrebbe sfuggire di mano» con il rischio che sia «il Paese a pagarne le conseguenze».

L'INTESA
Se prevarrà la voglia di trovare un'intesa o quella di rompere, lo si capirà molto dalla riunione che domani il vicepremier Salvini avrà con lo stato maggiore della Lega che si occupa dei temi economici (Giorgetti, Siri, Borghi, Garavaglia). Se l'asticella delle richieste, flat tax in testa, dovesse risultare particolarmente alta, potrebbe essere difficile trovare un'intesa con il M5S - e quella parte di governo più in linea con le attese del Quirinale - rischiando di materializzare la previsione di Fitch su elezioni anticipate già il prossimo anno. La Lega, più del M5S, potrebbe giovarsene anche perché andrebbe all'incasso dei consensi raccolti sul tema migranti scaricando sul M5S la responsabilità di non aver avuto il coraggio di rompere con Bruxelles. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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