La tentazione dell'autosufficienza. Giorgetti: «L'esecutivo dura? Si vedrà»

La tentazione dell'autosufficienza. Giorgetti: «L'esecutivo dura? Si vedrà»
di Simone canettieri
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Lunedì 2 Luglio 2018, 07:38

dal nostro inviato
PONTIDA «Finché la barca vaaaa», cantano a squarciagola i giovani leghisti, sbeffeggiando le Ong. Finché il governo va, lasciamolo andare, fa capire il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, uno che non va mai una nota sopra il pentagramma, ma che a bordo palco si lascia sfuggire un paio di considerazioni. Tutti vogliono sapere per quanto l'asse con il M5S sia destinato a durare. Cinque anni o cinque mesi? Giorgetti alza le spalle: «Vediamo, magari ci saranno evoluzioni, magari andrà avanti, dipende dalle forme». La Finanziaria sarà uno scoglio insuperabile per il vascello di Matteo & Luigi? «Questo dipenderà dall'atteggiamento dell'Europa - riprende il braccio destro di Salvini - sui migranti e sul debito, per esempio».

GLI AFFONDI
Dal pratone di Pontida, che è pieno di debuttanti arrivati da Taranto con i taralli e dalla Calabria con l'nduja (l'unità d'Italia si fa sempre a tavola, diceva Pellegrino Artusi) la tentazione dell'autosufficienza c'è. Ed è forte. «Siamo una squadra fortissimiii!», dicono a mo' di Zalone.

Matteo Salvini dietro le quinte scherza ma non troppo: «Se dopo un mese di governo siamo il primo partito italiano vuol dire che se continuiamo a lavorare così arriveremo al 90%». Il verde dei tempi che furono resiste nel cuore dei militanti della Valsugana, anche se l'organizzazione distribuisce magliette blu, perché la svolta sovranista è già storia cromatica. E quindi «siamo il partito della nazione», dice Giulia Bongiorno, palermitana, accolta tra gli applausi quando non le manda a dire ai fannulloni. «Certo - continua l'avvocato - se ci fosse ancora Bossi non sarei qui». Ma l'Umberto non c'è. I cronisti lo cercano anche al ristorante La Marina, tappa fissa dopo tutte le feste. Ma ci troveranno invece Salvini. Bossi è un ricordo che non aleggia, il mondo è cambiato e il centrodestra è Salvini. Donato Toma, governatore del Molise in quota Forza Italia, quando dal palco nomina Silvio Berlusconi viene coperto da una valanga di fischi. E va in panne.

LA RETORICA
Invece Nello Musumeci, con una retorica almirantiana, esce indenne dal test. «Il Nord senza Sud non va da nessuna parte: ci siamo divisi una vita mentre i signori dell'Europa facevano affari sulla nostra pelle». E sono ovazioni. Una volta impensabili. Perché l'anti-meridionalismo c'è ma è ridotto al folclore del folclore. Giusto l'europarlamentare Mario Borghezio, che si aggira con un giornalino sull'Europa dei popoli, si dice spaventato da questo boom al Sud e quindi le spara come ai vecchi tempi: «Bisognerebbe fare le analisi a tutti questi neo leghisti del Sud, altrimenti rischiamo le infiltrazioni».

Intanto, allo stand della Campania si festeggia con Falanghina e mozzarelline di bufala: «Ue', Borghe', mangia, ja». L'unica secessione (a dire il vero resiste uno striscione sulla collinetta davanti al pratone) che hanno in mente i militanti e i dirigenti più lungimiranti della Lega semmai è con il M5S a Palazzo Chigi e comprende l'annessione degli alleati. Roberto Calderoli, l'unico sopravvissuti della vecchia guardia, si rivolge a Roberto Fico come se fosse il Gianfranco Fini dell'ultimo governo Berlusconi: «Ma pensi a fare il presidente della Camera!».

GLI ARTIGLI
Luca Zaia tira fuori gli artigli del leone di Venezia e punzecchia il totem grillino: «Reddito di cittadinanza? Semmai si chiamerà decreto dignità: ma non bisogna dare dei vitalizi a chi non lavora, eh». Anche il governatore Giovanni Toti, forzista che da tempo ha capito l'aria, spara sul M5S che «pensa ad aprire i porti e ai diritti delle coppie gay».
Tra gli stand il popolo di questa Salvini spa dimostra di essere tutto e il contrario di tutto, ma in maniera coesa. C'è il pittore albanese (arrivato a Bari negli anni 90?) che gli regala un ritratto dalle tinte azzurre tipo Assad. Chi ce l'ha con coloro che non vogliono il crocefisso nelle aule (e Salvini, tac, con il giuramento sul rosario lo accontenta), i «basta Fornero», i «basta sbarchi», gli abbracci alle forze dell'ordine e ai tanti ragazzi, con gli occhi ancora stropicciati.

Le notti qui sono piccole, e sabato Il capitano ha deliziato tanti imberbi alla consolle. C'è una fortissima destra, nuova e polarizzata, che «preferisce Marion (Le Pen) a Macron».

C'è un'identità che per una volta scende dalle valli e rotola giù fino alla Toscana, per andare a valanga in Sicilia e poi in Sardegna (potevano mancare le bandiere dei Quattro Mori?).

I big del M5S passano il pomeriggio davanti alle agenzie per parare i colpi, Salvini nel pomeriggio fa tappa al ristorante La Marina, pranza, beve un goccio di grappa Pota!, e in un secondo sembrano andar giù anche i grillini.

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