Governo, il gioco delle parti: ora serve un cambio di passo

Martedì 17 Aprile 2018 di Biagio de Giovanni
Il gioco delle parti tra i “vincitori” del 4 marzo sta raggiungendo livelli francamente inaccettabili, offrendo uno spettacolo che nessun palato mediamente orientato al buon gusto della politica può continuare a sopportare. Per chi, inaccettabili? Anzitutto, voglio pensare, per il popolo dei votanti, il popolo italiano, che immaginava di mandare a casa finalmente la vecchia “casta”, accettando di renderla responsabile di tutte le malefatte di questo mondo; per il popolo dei votanti che si è offerto anche tumultuosamente al nuovo che sembrava avanzare, e che oggi vede svolgersi davanti ai propri occhi una pantomima degna di spettacoli che in questa forma non si erano mai visti prima d’oggi. 

Si intravede, in una confusione dentro la quale ogni tema di merito è letteralmente scomparso, ogni progetto reso uguale al proprio contrario -tanto da render possibili, e anzi dichiaratamente inevitabili, alleanze che hanno sostenuto programmi opposti - ll volto opaco di una nuova casta in formazione. Una casta che, liberata da tutti i vincoli che aveva mostrato di darsi in campagna elettorale, si è messa a giocare il gioco più puro della corsa al potere, di quel potere che mostrava di disprezzare e che oggi fa comparire, sulla scena del teatro, nel suo scheletro nudo, elementare, privo di legami, di volontà di rappresentanza, di cultura. 
Si chiude un forno, mi rivolgo a un altro forno, si è lasciato scappare il capo politico del Movimento Cinque Stelle, offrendo così una clamorosa ragione in più al Partito democratico per non lasciarsi interpretare come un forno in speranzosa attesa di commissioni per sopravvivere. Ma i vari forni sfornano lo stesso pane? E quale? E interessa ancora la qualità del pane, o tutto si mescola producendo un ircocervo dalla voce roca e confusa, che sarà inchiodato a terra per le sue stesse malformazioni?

E l’Italia è ferma, in attesa. Di qualcosa che non può giungere dall’interno degli scontri così come si sono finora delineati, con una “politica” tutta giocata su veloci carrellate dei leader tra una folla guardata come passiva spettarice di una partita rispetto alla quale essa non può non sentirsi sempre più lontana ed estranea. I “vincitori” un contro l’altro, non più classi dirigenti elaboranti un confronto, ma capi politici che agiscono come padroni incontrollati della “nuova politica”. 
In questo gioco delle parti e delle forze ciò che entra in fibrillazione è la storia d’Italia, di una nazione difficile, ma che ha consegnato alla Europa grandi patrimoni di intelligenza e di idee. Si attende in Europa che essa dica la sua parola in una crisi senza precedenti che attraversa il continente, tra fuochi di guerra, in un mondo quanto mai diviso. Ma dall’Italia questa parola stenta a giungere, sembra oggi una nazione muta. 

È il momento di gettare un allarme per lo stato delle cose, da un lato affidandosi alla saggezza istituzionale del capo dello Stato in una situazione di ermergenza, dall’altro facendo crescere, impietosa, la voce della critica, stimolando tutti i protagonisti, se ne sono capaci, a un cambio di passo; ricordando loro che cosa significa portare sulle spalle la responsabilità di una nazione, di rispondere a una fiducia accordata. Se non avvenisse subito qualcosa di diverso da ciò cui finora siamo stati costretti ad assistere, quella crisi della democrazia rappresentativa che in molti paventiamo, e che talvolta proprio dal lato dei vincitori è stata disprezzata, può conoscere per davvero un momento traumatico. 
Non aggiungiamo al caos del mondo il caos dell’Italia. L’ebbrezza di un potere che si crede di star per raggiungere non faccia da velo alla responsabilità politica verso un grande paese in attesa. © RIPRODUZIONE RISERVATA