Colpo al riequilibrio/ L’autonomia fiscale al Nord un gran danno al Mezzogiorno

Lunedì 18 Giugno 2018 di Gianfranco Viesti
Presto il nuovo governo si troverà ad affrontare alcuni temi molto importanti. Fra di essi, l’accordo fra lo Stato e tre regioni del Nord per la concessione di forme di “autonomia differenziata”.
La vicenda è decisiva per il futuro dell’Italia. Da sempre la Lega ha fra i suoi principi l’”egoismo territoriale”: trattenere al Nord la maggior parte possibile del gettito fiscale. Dato che al Nord i redditi sono maggiori della media nazionale, l’ammontare delle tasse raccolte è maggiore di quanto viene speso per i servizi pubblici, e quindi si genera un “residuo fiscale”. Ma questo accade in ossequio ai principi fondanti della nostra Costituzione, come di quelle degli paesi europei. I cittadini più ricchi devono contribuire più che proporzionalmente (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, recita la nostra Carta all’art. 53); allo stesso tempo tutti i cittadini godono, almeno in teoria, del diritto all’istruzione o alla salute indipendentemente dal loro reddito. Da ciò discende un’azione redistributiva dello Stato. 

L’obiettivo del mettere le mani sulle tasse non è stato mai abbandonato. Nell’ottobre scorso si è votato in Lombardia e in Veneto per un referendum “per l’autonomia”, per ottenere per le due regioni maggiori competenze ai sensi dell’art. 116 della Costituzione.
Una consultazione inutile da un punto di vista legale, ma importante politicamente. La richiesta di spostare le competenze, infatti, era motivata dal fatto che in questo modo si sarebbero potute trattenere più risorse fiscali di quanto accade oggi; sono motivazioni che si leggono in tutti i documenti ufficiali dei Consigli Regionali veneto e lombardo e che sono riecheggiate con forza prima del voto. 

Dopo il referendum è stata conclusa una prima intesa interlocutoria fra governo e regioni. Ma ora la materia è nelle mani del nuovo ministro competente, un’esponente veneta della Lega, che ne ha discusso negli scorsi giorni con il Presidente veneto della Lega. Il quale ha rilanciato, in un’intervista molto determinata ad un quotidiano nazionale, tutti i suoi obiettivi. La questione tocca diversi aspetti importanti, ad esempio il funzionamento del sistema scolastico nazionale. Ma il punto chiave sono i soldi. Lo spostamento di competenze dovrebbe semplicemente comportare che quanto oggi spende lo Stato in quei territori venga domani speso dalle Regioni (che ritengono di saperlo fare con maggiore efficienza). Invece, insieme alle nuove competenze le regioni richiedono di trattenere quote predeterminate dei gettiti erariali riferiti ai propri territori, cioè più risorse, più residui fiscali, rispetto a prima. In questo modo con la maggiore autonomia si raggiungono gli obiettivi leghisti, a danno di tutti gli altri cittadini italiani. 

E’ evidente che non si può trattare di una questione locale, di una trattativa tra veneti; ma di un grande tema per tutti. Della questione si è occupata ieri su queste colonne la neo-Ministra per il Sud, che ha ricordato che nel contratto di governo “non c’è scritto che il surplus fiscale debba essere trattenuto al Nord”. Così è, infatti (punto 20); ma il testo è ambiguo: non c’è nemmeno scritto che si tratti delle attuali risorse. Si dice: “Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. Ma quanto debbano essere queste risorse, e chi e come lo stabilisce è proprio la materia del contendere. Questo avverrà presto, nelle prossime settimane: nel contratto c’è scritto che questo è un tema “prioritario” per l’azione di governo.

Il nostro paese viene da una lunga e infelice storia, specie negli ultimi anni, di decisioni fondamentali sul riparto territoriale di servizi e finanziamenti pubblici prese nell’oscuro di commissioni tecniche, sulla base di criteri discutibili, nascosti in documenti impenetrabili alla comprensione; tant’è che il Parlamento, alla fine dell’ultima legislatura, ha chiesto una relazione su quanto avvenuto nell’applicazione del federalismo fiscale. La Ministra ricorda che ogni intesa deve essere approvata dalle Camere, e quindi che i 5 Stelle possono bloccarla; ma chissà quale sarà la loro posizione: nei Consigli Regionali di Veneto e Lombardia i pentastellati avevano votato insieme al centro-destra per richiedere il referendum. E la Ministra sa benissimo che quel che conta è il lavoro tecnico-istruttorio che avviene prima del voto: potrebbe ad esempio richiedere di avere tecnici di propria fiducia presenti in via ufficiale in tutte le sedi tecniche. 

I diritti di tutti i cittadini italiani vanno difesi oggi ancor più di prima. Tutti i contenuti del contratto di governo lasciano prevedere un forte calo delle risorse fiscali statali (con la flat tax) contemporaneamente a nuovi assai impegnativi capitoli di spesa (revisione pensioni, reddito di cittadinanza). In questo quadro, una autonomia regionale ben disegnata garantirebbe ai cittadini delle regioni più ricche risorse comunque sufficienti, e scaricherebbe solo sugli altri italiani tutti i problemi delle minori disponibilità per la scuola o i servizi sociali. Un delitto perfetto.
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