Il manager tv anti-populista e mediatore: ora devo studiare

Fabrizio Salini
di Mario Ajello
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Sabato 28 Luglio 2018, 07:13

«Ora non è il momento di parlare ma di mettersi a studiare a fondo la situazione e le potenzialità di questa grandissima azienda». Non è tipo da proclami Fabrizio Salini, scelto come nuovo direttore generale della Rai. E' uno che, al tempo del cosiddetto populismo, sembra rappresentare l'opposto. Cauto, diplomatico, senza grilli per la testa e non è nemmeno un grillino. Anzi è il classico tipo, senza appartenenza politica, alieno dal Palazzo, che viene consigliato dalle società di cacciatori di teste. Anche se, naturalmente, senza il benestare indiretto della Casaleggio Associati - con cui non ha mai collaborato - la scelta non sarebbe caduta su di lui.

Un manager che viene dalla televisione - ex dirigente Fox e direttore di La7, ora direttore generale della società di Simona Ercolani, quella che ha curato qualche Leopolda e perciò a torto Salini qualcuno lo ritiene renzista - e che è considerato uno specialista nell'invenzione di canali. Antonio Campo dall'Orto lo voleva infatti alla guida di Rai2. E un po' il simbolo della tv non generalista Salini, e da questo punto di vista il suo sbarco a Viale Mazzini è una rivoluzione. A La7 ha dovuto gestire un territorio governato da viceré - Floris, la Gruber, Minoli - e adesso in Rai dovrà esprimere tutte la sua capacità diplomatica per mediare tra gruppi di potere e tra star, come Fazio e Vespa, e per non subire troppo la morsa della politica abituata prima, e neo-abituata ora, a imporre i propri protetti nei tiggì. Questo il primo scoglio che Salini, un post-ragazzo di 51 anni, appassionato di calcio ma anche di canoa e super-tifoso dell'Inter. Nei salotti che contano, non ci va. Alle cene degli amici, nessuno appartenente al Palazzo. E sul suo telefonino fino a poche settimane fa probabilmente non c'era il numero di alcun politico, partecipa spesso. C'è chi dice che il suo allontanamento da La7 abbia influito la sua lontananza dalla politica. Cairo naturalmente aveva bisogno di interlocuzione con i politici e lui non poteva garantirgliela abbastanza. Ora il paradosso è che un tipo così deve guidare la tv su cui la neo-politica ha prontamente messo le mani.

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E comunque, ecco Salini nel D-Day (a proposito, parla tre lingue ed è cresciuto televisivamente in mondi internazionali): «Il mio compito sarà quello di valorizzare tutte le enormi risorse creative che ha la Rai. Per offrire un prodotto che rispecchi l'eccellenza italiana, con contenuti diversificati, ampi e ricchi di simboli». Parole che i giallo-verdi non possono che apprezzare. E anche queste: «La Rai comunque non è un'isola. Le relazioni internazionali, così come la valorizzazione delle produzioni locali, sono parte essenziale della sua missione». Il tipo è così, non parla tanto ma è una persona gioviale e molto alla mano. E se Foa è divisivo e ideologicamente marcato, Salini è l'opposto. Romano, maturità al liceo Klepero, zona Marconi, laurea in Scienza politiche, è molto appassionato della tivvù anni 80. Mixer per intendersi. Avrà da direttore generale poteri che nessuno prima di lui ha mai avuto, ma il caso Campo dall'Orto dimostra quanto sia difficilissimo per tipi come loro - un po' i due si somigliano, ma Salini è più pragmatico e meno impolitico di CDO - salvare l'osso del collo tra le braccia di Mamma Rai che naturalmente lo aspetta, anche per stritolarlo.

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