Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Le conseguenze/Il tutti contro uno apre una lunga fase di incertezza

di Marco Gervasoni
4 Minuti di Lettura
Lunedì 5 Dicembre 2016, 01:00 - Ultimo aggiornamento: 02:14
Alla fine il vento anti-establishment ha risparmiato l’Austria ma ha investito in pieno l’Italia. La vittoria del No, prevista da mesi, si è realizzata con un’ampiezza netta. Cerchiamo di rispondere a tre domande. La prima è: chi avrebbe perso? Lo sconfitto è indubbiamente Renzi, franato su almeno tre terreni. Quello della leadership, con l’errore della personalizzazione, quello del potere locale e infine quello del Centro-Sud. La seconda domanda è speculare alla prima: chi ha vinto? Nonostante la variegata compagine ostile alla riforma, che ha composto un accerchiamento tipo «Renzi contro tutti» difficile da scardinare, è indubbio che tra i principali vincitori politici ci siano Grillo e i 5 Stelle. 
E non solo perché la filosofia del No è quella incarnata dal Movimento fin dalle sue origini, il rigetto della “casta”.

I 5 Stelle potrebbero infatti meglio di altri profittare della situazione. E qui veniamo alla terza domanda: che scenari si aprono? Come ha annunciato questa notte, Renzi oggi si recherà al Quirinale per dimettersi, e il Presidente della Repubblica potrebbe in linea teorica reincaricarlo. In ogni caso, Renzi sembra per il momento voler restare segretario del Pd.

Cioè segretario del partito di maggioranza relativa nelle Camere, anche se l’entità della sconfitta lo indebolisce pure su questo versante. Se resterà al Nazareno, Renzi continuerà a dettare l’agenda politica, anzi cercherà di considerare come voti favorevoli alla sua leadership quelli andati al Sì, mentre il restante dovrà essere diviso tra numerosi soggetti. 

Quanto al «sistema», è probabile che il Presidente della Repubblica, come da suo ruolo, cercherà di intraprendere tutte le strade per formare un governo con la maggioranza già esistente: cioè ancora una volta un esecutivo Pd-Ncd. Chi ha investito nell’ipotesi di un governo di grande coalizione non è detto insomma che sarà accontentato. In entrambi i casi, però, i 5 Stelle potranno cavalcare nelle praterie dell’opposizione e crescere ancora. Certo una vittima acclarata, stando alle prime proiezioni, già stasera è sotto i nostri occhi: la capacità del Paese di muoversi, di essere credibile in Europa e nel mondo, di diventare grande, di raccogliere le sfide. 

Il voto è stato infatti conservativo, nel senso di mantenere gli assetti istituzionali presenti e di rifuggire dai rischi dal nuovo, che però paradossalmente potrebbe produrre effetti contrari, favorendo incertezza e instabilità. Lo si poteva già vedere nei giorni scorsi con la ripresa dello spread Btp-Bund e le perplessità crescenti manifestate dagli investitori internazionali, tutti convinti che Renzi avrebbe perso il referendum.

Ma quel che è ancora più preoccupante, come avevano segnalato in diversi articoli il Financial Times e il Wall Street Journal, sarà la situazione delle banche, in particolare del Monte dei Paschi di Siena, che hanno in corso o che progettano operazioni sul capitale per svariati miliardi di euro: certamente sarà meno facile convincere le grandi istituzioni finanziarie estere che il nostro sistema bancario vale la scommessa di un investimento quale che sia. Al punto che per alcuni istituti la nazionalizzazione non sembra essere più una semplice ipotesi, con la particolarità che oggi non abbiamo più un governo forte e in carica, quindi con tutti i pericoli connessi all’eventuale decisione: non è un caso che la Bce, la Banca centrale europea, ha annunciato la possibilità di interventi straordinari sui titoli di Stato italiani qualora si verificassero turbolenze oltre il tollerabile.

È senz’altro vero che il rigetto del No ha avuto anche un’origine economica, che gli italiani non hanno visto migliorata la loro situazione dai tempi del governo Letta. Ma sarebbe ingeneroso, a un bilancio dei mille giorni del governo Renzi, non riconoscere che questi aveva invertito la rotta, e aveva posto le basi per una ripresa, non sufficiente certo, ma neppure da disprezzare. E ora invece si apre uno scenario su cui nutrire poco ottimismo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA