Rischio astensione/ Quell’effetto boomerang sui candidati

di Alessandro Campi
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Lunedì 29 Gennaio 2018, 00:20

Nel Paese di Machiavelli i moralismi applicati alla vita politica fanno davvero sorridere. Ma proprio per aver dato i natali all’autore del Principe dovremmo anche sapere quanto repentini siano i rovesci della fortuna e quanto facilmente un’esibizione di forza possa invece nascondere una debolezza che preclude alla sconfitta. Insomma, il fatto che la politica sia spesso cinica non dovrebbe impedire a quest’ultima di chiedersi quale sia il prezzo reale delle proprie scelte. Si scoprirebbe così che ciò che appare conveniente nell’immediato spesso non lo è sul lungo periodo. E che ciò che è utile ai pochi spesso è dannoso ai molti, che poi alla fine si rivoltano e si vendicano.

La chiusura degli elenchi con i candidati alle prossime elezioni politiche ha scatenato, come prevedibile, polemiche e malumori, soprattutto da parte dei cosiddetti esclusi più o meno eccellenti. Ma largamente inutili e dettati da un moralismo sconfinante nell’ipocrisia. Cosa ci si poteva aspettare da una legge elettorale come quella vigente, congegnata col preciso intento di centralizzare le decisioni sulla formazione delle liste? 
Viviamo d’altronde nell’epoca dei partiti personali e della politica basata sulle capacità comunicative del leader. Non ci si può dunque stupire se i capi o ristrette oligarchie abbiano deciso, nel chiuso di una stanza, chi mandare in Parlamento e chi lasciare a casa. Si ripete infine da anni che le ideologie sono morte e che le vecchie culture politiche non hanno più alcuna capacità di presa. Ma ciò appunto significa che l’unico collante rimasto alla politica sia quello basato sulla fiducia-lealtà personale o, peggio, sui vincoli parentali e amicali. Raccogliamo quello che abbiamo seminato, ovvero paghiamo la nostra incapacità a governare le trasformazioni della politica.

Bisogna poi ricordare che la scelta dei candidati, anche nelle competizioni del recente passato, è sempre stato il momento in cui nei partiti si fanno valere, spesso in modo spietato, i rapporti di forza interni. Anche stavolta è andata così. Con l’aggiunta di un quadro politico talmente confuso e magmatico da aver reso ancora più vincolanti, persino obbligate, certe scelte, ivi comprese quelle più discutibili e controverse. Prendiamo il caso esemplare del Pd. La sua “margheritizzazione” a scapito della sinistra non è solo il frutto di un’imposizione dall’alto dettata dall’arroganza e dalla volontà di umiliare i propri oppositori interni, come si è letto in queste ore, ma il risultato di una valutazione politico-strategica. Renzi è convinto, come molti osservatori, che dopo il voto si andrà obbligatoriamente verso un governo di “grande coalizione” in funzione anti-populista. Ma per intendersi con Berlusconi quando sarà il momento, gli serve una pattuglia di parlamentari coesa, fedele e pregiudizialmente non ostile al dialogo con Forza Italia. Detto, fatto. D’altro canto, se il progetto di Renzi resta, in prospettiva, quello di costruire il “partito della nazione”, per tentare in Italia quel che è riuscito a Macron in Francia con la creazione di uno schieramento di sinistra progressista capace però di dialogare col centro moderato e liberale, nulla di strano che abbia cercato di plasmare il futuro gruppo parlamentare del Pd a questo suo disegno. 

Ma questo è un realismo che spiega senza consolare e, soprattutto, senza andare oltre la superficie delle cose. Se una logica politica ha certamente guidato le scelte di Renzi, come anche quelle di Berlusconi o dei vertici del M5S, è altrettanto certo che essa rischia di risultare in prospettiva perversa, controproducente e dannosa per l’Italia. Se il problema cronico della nostra democrazia è infatti la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e di tutto ciò che ha a che vedere con l’ufficialità politica bisogna pur chiedersi se le candidature messe in campo – peraltro col metodo verticistico e quasi carbonaro che abbiamo accennato – stimoleranno la partecipazione al voto ovvero alimenteranno ancora di più la delusione. Il pericolo è che allo scontento degli esclusi dalle liste si sommi quello (più serio e preoccupante) degli italiani che non apprezzano la logica autoreferenziale e difensiva con cui sono state approntate le liste di coloro che dovrebbero rappresentarli.
Tutti i leader di partito, nei mesi scorsi, avevano promesso che si sarebbero dati da fare per attingere dalla società civile le energie migliori da portare in Parlamento, per alzarne il carattere rappresentativo e la qualità politico-professionale. Al dunque nessuno lo ha fatto.

Tra una personalità autorevole e indipendente (come tale potenzialmente critica) e una personalità anonima ma ubbidiente la scelta delle segreterie, senza distinzioni politiche, è ricaduta su quest’ultima. Gli inserimenti dall’esterno sono stati meramente occasionali e non particolarmente significativi. Gli obiettivi perseguiti, una volta stabilito come dirimente il criterio della fedeltà, sono stati altri. Renzi, come abbiamo detto, si è preoccupato di imprimere una virata centrista al suo Pd. Il Cavaliere ha sfrondato quel che restava della destra proveniente da An per tornare al modello originario del partito-azienda. Salvini ha fatto repulisti della Lega bossiano-maroniana. Il M5S, in barba alle parlamentarie e alle designazioni dal basso dei militanti, ha cercato di costruire una pattuglia di parlamentari a misura delle ambizioni governative di Luigi Di Maio. Liberi ed Eguali, che doveva essere la grande novità di quest’appuntamento elettorale, si è limitata a garantire un approdo sicuro alla nomenclatura ex-comunista fuoriuscita dal Pd. Come non pensare che si sia persa un’occasione (l’ennesima) per cercare di rinnovare – qualificandolo – il personale politico-parlamentare e per mandare al Paese un segnale di effettivo cambiamento? 

Come se non bastasse, l’altra faccia del proselitismo parlamentare basato sull’obbedienza al capo sembra rappresentata dalle candidature affidate sul territorio a signori delle tessere, cacicchi, notabili e figure d’apparato che ai partiti che li ospitano appaiono legati non da ragioni ideali e progettuali, ma da motivi strumentali e di opportunità. Candidati che stanno in una coalizione o forza politica, ma che potrebbero tranquillamente schierarsi, per ragioni di convenienza, sotto un’altra bandiera. Se da un lato queste scelte nel segno del trasformismo possono portare voti e consensi, specie nella logica di coalizioni quanto mai eterogenee come sono alcune di quelle che si confronteranno nelle urne, dall’altro rischiano di farne perdere altrettanti e di aumentare il fastidio e l’insofferenza degli elettori, che non a caso sempre più negli ultimi anni hanno trovato rifugio nell’area del non-voto. A chi daremo la colpa se il prossimo 4 marzo crescerà ancora il numero degli astenuti? Agli italiani che mancano di senso civico o ai partiti, senza idee e senza progetti, che si sono affidati ancora una volta non ai migliori ma ai più scaltri e ai più disponibili a dire sempre di sì?
 

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