Draghi non basta/La recessione in agguato si evita solo investendo

Giovedì 10 Marzo 2016 di Giulio Sapelli
Il mondo non è solo immenso, è anche immensamente vario. In Giappone, per esempio, i sindacati del settore bancario e assicurativo, vera potenza per iscritti e influenza politica, hanno annunciato che rinunceranno, dopo anni di rivendicazioni, a chiedere i consueti adeguamenti salariali perché preoccupati delle conseguenze in termini occupazionali della politica di tassi negativi praticata dalla locale Banca centrale. Inoltre, i dipendenti del gruppo Sumitomo-Mitsui, della Mizuho e delle compagnie Tokio Marine e Sompo Japan accusano la BoJ di minare in tal modo i bilanci dei loro datori di lavoro e di indurre le piccole imprese a tagliare i salari per timore delle negative conseguenze che ne possono derivare.

Insomma, un mondo che si è capovolto se il paragone corre a qualche anno fa. Del resto, sempre più la stampa internazionale appare titubante sulle possibili conseguenze della decisione della Bce di continuare a tenere i tassi a misura di zero o addirittura sotto lo zero. 
Di più. I dubbi sull’azione avviata da Mario Draghi si vanno infittendo anche fra coloro che lo hanno sempre sostenuto. Negli Stati Uniti crescono i timori per l’Europa in deflazione, soprattutto perché pesa come un macigno sul disegno neoimperiale del Trattato Trans- Atlantico su cui si gioca ormai il ruolo stesso degli Usa su scala mondiale, soprattutto se si pensa che tale disegno si accompagna all’altrettanto grande progetto di Trattato, in questo caso Trans-Pacifico.
 
Quest’ultimo coinvolge gli Stati dell’America del Sud e gran parte dei Paesi asiatici,<CW-20> con l’esclusione però di Cina e l’inclusione di due suoi nemici storici: Giappone e Vietnam.
Mai come oggi l’ economia è legata alla geostrategia attraverso l’anello del potere mondiale e del suo sistema di pesi e di rilevanze. È proprio questo sistema di pesi e rilevanze che le politiche della Bce rischiano di modificare con conseguenze possibili sul sistema di alleanze. Anche nella City londinese inizia a serpeggiare tra i suoi esponenti una crescente insofferenza per l’Europa: si sente salire il tasso di consenso verso Brexit, incoraggiati, coloro che vogliono rompere con l’Europa, dal regime di iper regolazione che ormai vige nel Vecchio Continente e che francamente è divenuto un vero ostacolo all’attività bancaria e assicurativa. Una iper regolazione, peraltro, che non ha incentivato processi di clearing house, ossia di trasparenza e di eliminazione delle shadow bank e delle shadow pools, ossia quelle scatole nere dove si effettuano transazioni di derivati e di titoli tossici senza controllo.
Ma vi è un problema assai più grave ed è quello della mancata crescita economica e quindi della mancata benemerita ascesa del tasso di inflazione (l’inflation targeting di cui discettava Ben Bernanke). Di più: la deflazione continua invece a manifestarsi, lasciando sgomento ogni monetarista che crede ancora nel ruolo salvifico della moneta. La circolazione monetaria si rivela essere non solo un segmento - e non il tutto - dell’ accumulazione capitalistica, ma addirittura diventa ostacolo ad essa quando si separa dall’economia reale. È ciò che è accaduto sino a ora con eccessi di liquidità uniti a eccessi di risparmio in una tipica trappola che avevamo già visto scattare in Giappone venticinque anni or sono e che esigenze geopolitiche hanno costretto - sotto la spinta degli Stati Uniti - ad affrontare seriamente per uscire da una stagnazione secolare segnata da deflazione.
Una trappola che ciò che rimane dell’Occidente non può permettersi più di fronte al crescere aggressivo della Cina: un Giappone forte economicamente è condizione per il suo riarmo. Del resto, quest’ultimo è impossibile senza ripresa della crescita e senza inflazione. Ciò vale per il Giappone come per l’Europa. L’esempio della Federal Reserve, che per fronteggiare la crisi da subito ha attivato meccanismi d’intervento sia acquistando a manetta titoli di Stato sia sostenendo direttamente il sistema bancario, è stato imitato probabilmente con troppo ritardo. A questo punto se davvero si vuole che si innesti un percorso di crescita sostenibile occorre favorire un massiccio processo di investimenti onde creare nuovi posti di lavoro così da porre su nuove basi la domanda interna. Proseguire sulla strada sin qui percorsa se corroborare l’attività della Bce porterà fatalmente a restringere sempre più le possibilità di ripresa.
Non v’è dubbio che sino a oggi il Quantitative easy e le politiche di tassi negativi abbiano prodotto una temporanea difesa dinanzi all’esplodere di una crisi anzitutto finanziaria di grandi proporzioni, ma di fatto hanno consentito di guadagnare tempo, non di andare alla radice del male. Che non è oscuro: il male è l’eccesso di risparmio prodotto da un eccesso di speculazione che ha puntato tutto sulle esportazioni, alla fine persino contribuendo a provocare la frenata della stessa Cina. È dunque fallito il modello della crescita fondata sull’esportazione, tanto cara alla Germania, a discapito della domanda interna. Ed è dunque fallito - anche a causa dell’inerzia di certi governi - pure il modello che Draghi aveva condiviso in una qualche misura sperando di occultarlo con le eterodossie monetarie.

La verità è che le politiche monetarie da sole non riescono a invertire il processo di stagnazione secolare che abbiamo iniziato a percorrere con l’unificazione monetaria europea, con la Germania che trascina nel suo surplus commerciale una catena di nazioni che finanziano a debito ciò che non possono più finanziare con il lavoro dipendente ben pagato e una politica di valorizzazione del profitto industriale anziché della rendita finanziaria.

L’ora della verità è infine giunta, ma sarebbe un grave errore addossare la colpa a Draghi: non è stato, nè poteva esserlo, l’Arcangelo San Michele, ma ora non diventi il cavaliere dell’Apocalisse. Egli è fautore di una politica economica senza sbocco che in ogni caso è stata ed è meno negativa dell’ordoliberalismo e della deflazione sostenuta dalla Germania. La politica tedesca poteva e doveva essere contrastata da una politica come virtù dei migliori ossia del contemperamento e non dell’eliminazione degli interessi nazionali, in un’Europa che invece con favole tecnocratiche e giochi di specchi ha offeso e umiliato i principi di una libera e forte crescita economica sull’altare di una filosofia dell’algoritmo. Molti l’hanno condannata a parole, compreso il premier Matteo Renzi, ma non sono riusciti a imporre nei fatti il suo superamento, a cominciare dalla non attuazione del fantomatico Piano Juncker che è solo servito a far rieleggere Juncker stesso contro il volere degli inglesi più scettici che mai dinanzi alle alchimie lussemburghesi e le incertezze subalterne delle socialdemocrazie europee.

Qualsiasi decisione possa assumere oggi la Bce deve essere chiaro che essa deve essere pertinente, se vogliamo tornare a crescere, con un insieme di politiche anti-austerità che devono conservare il nocciolo del processo unitario europeo, ossia la moneta unica, ma devono rimettere in gioco i Trattati restituendo - sul modello americano - libertà di bilancio alle nazioni europee, pena il disfacimento dell’Europa medesima.
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