Di Maio alza la posta sull'Ilva: «Pronti ad annullare la gara»

Martedì 7 Agosto 2018 di Roberta Amoruso
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Nessun passo avanti sull'Ilva. ArcelorMittal non ha rimescolato nemmeno una delle carte sul piano occupazionale nel corso dell'incontro di ieri al Mise con Luigi Di Maio e i sindacati. A quanto pare la multinazionale è rimasta ferma sui numeri del piano discusso con l'ex ministro Carlo Calenda che prevedeva circa 3.500 esuberi (che scendono a 2.700 considerando i 400 lavoratori di Cornigliano e gli altrettanti lavoratori destinati alla bonifica di Taranto). E questo «non è accettabile» per il ministro dello Sviluppo economico e nemmeno per i sindacati che, senza nascondere una certa irritazione, ora passano la palla ad ArcelorMittal: tocca alla multinazionale, dicono dopo il nulla di fatto, fare uno sforzo per avvicinarsi all'obiettivo di ottenere «garanzie certe per tutti i 14.000 lavoratori dell'Ilva. L'azienda «batta un colpo e cominci a dire se si sposta dai numeri concordati con Calenda. Forse allora possiamo cominciare a ridiscutere», insiste Di Maio.

Eppure per ArcelorMittal l'incontro è stato tutt'altro che inutile. La multinazionale parla in un comunicato di un vertice «positivo» che «ha consentito la ripresa del dialogo». Di qui lo sguardo ottimista sul futuro. «L'impegno», spiega, «è di dedicare i prossimi giorni all'approfondimento delle rispettive posizioni, alla verifica di questioni tecniche e legali e alla definizione di successive ipotesi di lavoro in modo da potersi incontrare nuovamente a breve su basi più efficaci». Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l'impressione è che la multinazionale abbia incassato i chiarimenti necessari - dalle garanzie sulla validità del contratto nonostante i rilievi dell'Anac alle garanzie sui 250 milioni a sostegno degli incentivi - e che ora sia pronta a un passo avanti.

IL PERCORSO
Il prossimo appuntamento ufficiale della trattativa è rimandato a dopo il 20 agosto. «Spero prima di metà agosto di trovare una risposta ai dubbi che ci sono sulla gara (oggi sarà richiesto un parere all'Avvocatura dello Stato) e che ci siano i presupposti per convocare nuovamente azienda e sindacati e favorire il dialogo», fa sapere il ministro aggiungendo che «non possono assumere 10mila persone e lasciare che degli altri 3-4mila se ne faccia carico lo Stato». Sulla stessa linea i sindacati. E se per la Fiom Cgil anche un solo licenziamento «è impensabile», la Fim Cisl reputa «inaccettabile» la posizione di ArcelorMittal e la Uilm invita a tornare al tavolo «al più presto». Mentre l'Usb insiste sull'impegno diretto dello Stato.

Nel frattempo saranno i tecnici del Mise e del Ministero del Lavoro a individuare insieme ai commissari straordinari dell'Ilva e ad ArcelorMittal la via, seppure stretta, per arrivare a un accordo per settembre.

I CHIARIMENTI
A spiegare il clima del vertice chiuso con un nulla di fatto è stato ieri anche lo stesso Di Maio. L'incontro «è stato un primo tentativo di ripartenza, ma questo piano occupazionale non può assolutamente soddisfare le nostre esigenze». Insomma, «non ci sono passi in avanti». Ma quella di ieri è stata comunque un'occasione importare per dare un messaggio distensivo dopo le minacce dei rilievi Anac sulla gara. Se nella gara sull'Ilva «saranno riscontrate criticità e irregolarità tali da compromettere l'interesse pubblico la responsabilità è dello Stato e non del privato», puntualizza il ministro escludendo di fatto l'ipotesi di far saltare la vendita. Poi il messaggio implicito alla base locale dei Cinquestelle che tanto spingono per la chiusura dello stabilimento: «Se fosse stata per me avrei fatto tutto daccapo in un altro modo». Ma ormai il dado è tratto, ed «è sbagliato ragionare sull'idea di un altro decreto Ilva, «ce ne sono stati troppi».
 

Ultimo aggiornamento: 8 Agosto, 11:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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