Berlusconi si arrende: sì alla fiducia. Letta: «Basta ricatti, maggioranza più forte»

Mercoledì 2 Ottobre 2013
Letta alla Camera con Alfano (foto Andrew Medichini - Ap)

Il governo di Enrico Letta, con il voto favorevole a sorpresa del Pdl e di Silvio Berlusconi, incassa la fiducia. Prima con 235 sì, 70 no e un astenuto (14 gli assenti) al Senato. Nelle file del Pdl ha votato no alla fiducia Vincenzo D'Anna. Non hanno, invece, risposto alla chiama sei "falchi": Sandro Bondi, Augusto Minzolini, Rocco Crimi, Manuela Repetti, Alessandra Mussolini e Francesco Nitto Palma. E poi alla Camera con 435 sì e 162 no.

Tra le 12, quando Sandro Bondi scandisce in Aula falliretè, e le 13,30, quando Berlusconi si arrende e, con un sorriso tirato, annuncia il sì al governo, è racchiuso tutto il senso di una giornata che, senza enfasi, il premier definirà storica. Per la prima volta, infatti, il Cavaliere è costretto a ripiegare e a cedere sovranità alla decisione imposta da Angelino Alfano, il delfino considerato come un figlio che ha ucciso il padre.

Una rivoluzione politica che rafforza il governo perchè ora, chiarisce Letta, la «maggioranza politica»

varrà più di quella numerica. I numeri della fiducia non servono a raccontare la svolta politica della giornata che segna la spaccatura, ai limiti dell'implosione, di un partito, il Pdl, dove per anni Silvio Berlusconi ha deciso destini e scelte politiche. E al tempo stesso rilancia l'azione del governo delle larghe intese, limitato e ostacolato da veti e ultimatum dei partiti di maggioranza.

Letta non si fa sfuggire l'occasione per affondare il colpo e spuntare l'arma della minaccia: «Ora basta con i ricatti, tanto si è dimostrato che il governo non casca». La notte non era servita al Cavaliere a sciogliere i dubbi. L'ex premier affida a Panorama la conferma che «non darà mai l'avvallo» al governo ma arriva al Senato lasciando spazio a retromarce: «Sentiamo Letta e decidiamo».

Nel suo intervento a Palazzo Madama, in realtà, il premier non lascia molto spazio ad aperture: «L'Italia corre un rischio fatale, dipende da noi sventarlo», avverte Letta che però chiarisce che qualsiasi voto per il governo non prevede baratti. «La vita del governo va distinta dalla vicenda giudiziaria di Berlusconi». Il premier non arretra di un millimetro, forte delle 23 firme in calce alla mozione dei dissidenti del Pdl a suo sostegno.

L'ex premier decide così di fare una prova di democrazia e di far decidere il gruppo che vota all'unanimità contro il governo. Ma poco dopo è direttamente Berlusconi ad annunciare il colpo di scena, prendendo la parola in Aula. I senatori restano a bocca aperta. Chi non la prende affatto bene sono i due senatori Pdl, Vincenzo D'Anna e Lucio Barani, che si dissociano dalla decisione. E Sandro Bondi, sconfessato in diretta televisiva: «Zanda fa bene a trattarci con un tale disprezzo. Io sono una persona perbene e non mi unisco a una tale compagnia».

Ancora non è chiaro se Angelino Alfano e i dissidenti di Camera e Senato andranno fino in fondo, sancendo con gruppi autonomi la scissione del Pdl - in serata la decisione resta in stand by - o se, dopo la vittoria di oggi, le colombe puntano a prendersi la golden share del partito ammazzando i falchi.

Ma il Pd non vuole ignorare il dato politico, puntando ad avere più voce ora nella maggioranza: «Da domani non si può tornare a ieri. No al logoramento, no al tira e molla, no al ricatto e all'instabilità», avverte il segretario Pd, Guglielmo Epifani.

Letta alla Camera. «L'Italia ha bisogno che non ci siano più ricatti, tipo "o si fa questo o cade il governo", anche perchè si è dimostrato che il governo non cade», ha detto il premier parlando alla Camera. «L'Italia non ha bisogno di un governo qualunque, ma di un governo nel pieno delle sue funzioni con una chiara maggioranza che lo sostiene», ha continuato. Dopo una settimana in cui «alcuni dentro la maggioranza hanno detto esplicitamente che preferivano il voto anticipato a fine novembre» che sarebbe stato «un errore», «ora siamo qui per riprendere il filo più forti e coesi».

Oggi c'è stato il «risultato come lo intendo io, che ci sarebbe stato comunque, per essere chiari fino in fondo, ed è un risultato rispetto al quale ho intenzione di lavorare mantenendo il punto fermo del fatto che non esiste un collegamento tra l'attività di governo e la giustizia», ha agggiunto tra gli

applausi alla Camera. «Oggi è un giorno storico: abbiamo condizioni in più di chiarezza che ci consentono di guardare lontano», ha concluso Letta.

«Spero veramente in un cambio di passo e io lo nterpreto così, un cambio di passo vero e reale», ha poi aggiunto il premier nella replica riferendosi ai nuovi assetti che si stanno determinando nella sua maggioranza.

«Al di là dei suoi silenzi e dei distinguo e nonostante provocazioni continueremo a stare qui e a darle fiducia. Ci può essere un nuovo inizio? Crediamo sia un suo e un nostro dovere e a testa alta votiamo sì al nostro governo, per realizzare il suo programma, il nostro programma», ha affermato il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta, confermando il voto favorevole al governo.

Il sì di Berlusconi. Contrariamente a quanto annunciato fino a poco prima stamani, Berlusconi ha preso la parola nell'Aula del Senato e ha annunciato il sì al governo. Appena il Cavaliere ha preso la parola è calato il silenzio. Berlusconi ha preso posto in uno scranno al centro di quelli occupati dal gruppo del Pdl. Dai banchi del governo il segretario del Pdl Angelino Alfano lo ha ascoltato con particolare attenzione.

Berlusconi: fiducia al governo Letta. «Abbiamo ascoltato con attenzione le dichiarazioni di Letta. Abbiamo ascoltato i suoi impegni. Mettendo insieme tutte queste aspettative, il fatto che l'Italia ha bisogno di un governo e di riforme, abbiamo deciso, non senza un interno travaglio, di esprimere un voto di fiducia a questo governo», ha detto Berlusconi. Subito è scattatoo l'applauso dei senatori del centrodestra e quello, più contenuto, di Alfano seduto al fianco di Letta.

Il premier ha sorriso, anche se poco dopo, continuando a sorridere, ha scosso la testa e in un labiale si vede esclamare: «E' un grande» (guarda il video). Alla sua destra un altro dei ministri del Pdl, Gaetano Quagliariello, rimane a braccia conserte nell'ascoltare le parole di Berlusconi. Dopo il suo intervento in Aula, Berlusconi si è seduto, raccogliendo le congratulazioni di molti colleghi di gruppo. Il suo annuncio ha destato uno stupore veramente visibile in tutti i senatori, che sono apparsi letteralmente colti di sorpresa.

«Nessuna marcia indietro». Così Berlusconi, lasciando il Senato, ha poi risposto ai cronisti che gli chiedevano conto del voto di fiducia accordato al governo Letta.

I conti di Alfano. «32 per sfiducia, 24 per uscire dall'Aula, 25 per votare fiducia». Totale «81» senatori del Pdl. Alfano nell'Aula del Senato mostra a Letta un foglietto con questi numeri relativi al gruppo Pdl. «Una decina assenti o non schierati», annota.

Berlusconi: il no alla fiducia della prima mattina. Alla fine del discorso di Letta, Berlusconi insieme al gruppo del Pdl, aveva confermato la decisione di votare no alla fiducia stoppando la proposta di alcuni senatori pidiellini di lasciare l'aula: «Le battaglie si fanno in Aula, non la lasciamo. Se uscissimo fuori sarebbe un gesto ambiguo e gli elettori non lo capirebbero». Nella prima mattinata, arrivando a Palazzo Madama, Berlusconi tuttavia aveva fatto capire che la situazione era ancora fluida: «Vediamo che succede... Sentiamo il discorso di Letta e poi decidiamo». Quindi la svolta e l'annuncio del sì a Letta.

Il discorso di Letta al Senato. «L'Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, sventare questo rischio dipende da noi, dalle scelte che assumeremo, dipende da un sì o un no», aveva detto stamattina il premier in Senato chiedendo la fiducia al governo.

Stanotte non ho dormito. «Stanotte non ho dormito - ha detto Letta nella sua replica al Senato - Avevo la percezione che oggi sarebbe stata una giornata dai risvolti storici, drammatici, importanti, ma per me non era nemmeno troppo difficile, non ho nessun dubbio nel dare il voto al nostro governo».

«Davanti a noi abbiamo l'opportunità di vivere una giornata storica - ha detto il premier - ma soprattutto, da domani, di lavorare per il bene del Paese».

«Oggi cambia la natura del governo e anche i numeri». «Oggi siamo a un passaggio che cambia la natura di ciò che stiamo facendo, cambiano i numeri, quindi gli obiettivi saranno difficili, a partire dal semestre Ue, ma possiamo raggiungerli, nonostante i numeri di questa maggioranza oggi cambino».

«Meglio cadere che soluzioni di basso profilo». «Se in questi giorni abbiamo tenuto la posizione che abbiamo tenuto è perché è meglio cadere che soluzioni di basso profilo».

«Raggiungeremo gli obiettivi anche se i numeri di questa maggioranza cambiano» ha detto Letta.

«Alla mozione di maggioranza - ha detto il premier - lego la vita e il futuro dell'esecutivo».

Letta: basta "sangue e arena". «Gli italiani - ha detto il premier - ci urlano che non ne possono più di "sangue e arena", di politici che si scannano e poi non cambia niente».

«Nella vita delle nazioni l'errore di non saper cogliere l'attimo può essere irreparabile», aveva detto in apertura del suo intervento Letta citando le parole di Luigi Einaudi. «Solo chi non ha le spalle larghe finisce ostaggio della paura del dialogo», aveva aggiunto. «Il mio governo è nato in Parlamento e se deve morire deve morire qui, in Parlamento», era state acnora parole di Letta.

«Le sentenze si applicano». «La nostra Repubblica democratica - ha detto ancora Letta - si fonda sullo stato di diritto. In uno stato democratico le sentenze si rispettano, si applicano, fermo restando il diritto intangibile della difesa. Ma senza trattamenti né ad né contram personam».

«Distinguere la vita del governo dalle vicende di Berlusconi». «I piani della vicenda giudiziaria che investe Silvio Berlusconi - dice Letta - e del governo, non potevano, né possono essere sovrapposti». «Serve un vero e proprio nuovo patto di governo» ha detto Letta.

«La stabilità va perseguita come un valore assoluto da perseguire e praticare», ha continuato Letta ricordando i progressi dell'Italia dal '46 al '68 «quando grazie alla stabilità i benefici di allora li conoscono tutti gli italiani».

«Con il Porcellum avremmo ancora le larghe intese». «Se si tornasse al voto con il Porcellum «ci troveremmo di nuovo con le larghe intese perchè non si produrrebbe una chiara maggioranza», ha aggiunto il premier.

«Oggi in poco tempo possiamo riformare la politica: i provvedimenti sono all'esame del Parlamento, se rapidamente discussi faremo una svolta con la pubblica opinione. Il tempo di attesa è scaduto».

«Ci sono le condizioni per chiudere la riforma in 12 mesi». «Sul programma di riforme - ha sottolineato Letta - il comitato dei saggi ha completato» una bozza di riforma «equilibrata e ambiziosa senza golpe o stravolgimenti della carta costituzionale: ci sono le condizioni di chiudere in anticipo e completare percorso di riforma in 12 mesi da oggi».

«E' ai cittadini - ha continuato Letta - prima che a chiunque altro che dobbiamo rendere conto ed è su di loro che le conseguenze della crisi potrebbero» gravare».

«Il nostro obiettivo dichiarato da tempo è l'aumento di un punto di Pil nel 2014 - ha osservato ancora il premier - e spero che la legge di stabilità sia l'occasione per dimostrare che il cambiamento in atto ma senza arretrare nel risanamento della finanza pubblica».

«Con la crisi, Italia sul banco degli imputati». «Una crisi oggi - ha affermato poi Letta - significherebbe contrarre ancora gli orizzonti della politica e del governo, ma anche posticipare ulteriormente le misure a favore dei disoccupati, giovani e non giovani, e sedere ancora una volta sul banco degli imputati nell'Europa e nel mondo come un'Italia incorreggibile, che non impara mai dai propri errori».

Ultimo aggiornamento: 3 Ottobre, 08:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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