Volo Malaysia MH370, i ricercatori: «Una lunga planata l'ha portato in una zona non ancora esplorata»

Volo Malaysia MH370, i ricercatori: «Una lunga planata l'ha portato in una zona non ancora esplorata»
di Antonio Bonanata
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Giovedì 21 Luglio 2016, 19:36 - Ultimo aggiornamento: 22 Luglio, 15:30

A più di due anni dall'incidente del volo MH370 della Malaysia Airlines – partito l’8 marzo 2014 da Kuala Lumpur, in Malesia, e diretto a Pechino, ma mai giunto a destinazione – continuano ad accavallarsi teorie e ipotesi su dove possano trovarsi i rottami del velivolo e sui motivi della sua scomparsa.
L’azienda che finora ha condotto le indagini, l’olandese Fugro, avanza la tesi che il relitto possa trovarsi in una zona diversa da quella dove finora lo si è cercato. A sostenere questa eventualità, una manovra che il Boeing 777 avrebbe compiuto prima di inabissarsi in mare: anziché precipitare in picchiata, l’aereo avrebbe planato per un lungo tratto di mare, prima di sparire tra le acque. Ciò comporterebbe che i rottami potrebbero trovarsi da tutt’altra parte rispetto all’attuale area delle ricerche, uno spazio di mare largo 120mila chilometri quadrati, localizzato nell’Oceano Indiano meridionale, a ovest delle coste occidentali dell’Australia.

«Se non è lì, significa che dev’essere da qualche altra parte» ha commentato Paul Kennedy, il direttore della società di recupero che opera sotto il coordinamento dei governi cinese, australiano e malese. Se però questa teoria acquistasse credito, vorrebbe dire che alla guida del velivolo ci sarebbe stato qualcuno, nonostante l’interruzione delle comunicazioni radio. L’aereo, infatti, inviò l’ultimo segnale 50 minuti dopo il decollo, mentre l’ultima traccia attribuita all’MH370 –  rilevata dai radar militari un’ora e mezza dopo la partenza – permise di scoprire che il Boeing 777 aveva deviato dalla rotta prescritta e volava in direzione nord-ovest; il che fece suggerire che la tesi del dirottamento non dovesse essere scartata. Una manovra sbagliata spiegherebbe poi la lunga planata prima del contatto con l’Oceano.

Ma non tutti gli esperti si sentono di aderire a quest’ultima teoria: le indagini condotte finora, per quanto infruttuose, suggeriscono che l’aereo si sia depressurizzato e che quindi all’interno nessuno dei 239 tra passeggeri e membri dell’equipaggio fosse cosciente. Non credono all’ipotesi della planata nemmeno l’azienda produttrice del Boeing e l’Inmarsat, la società britannica che ha fornito i dati satellitari del volo, con cui è stato possibile ricostruire la probabile rotta seguita dall’aereo prima di scomparire. Finora gli unici resti ritrovati, il flap di un Boeing 777 attribuito con quasi assoluta certezza all’MH370, sono stati rinvenuti sulle spiagge dell’isola di Reunion, a est del Madagascar e a ben 5600 chilometri dall’ultima posizione del velivolo. “Quasi assoluta certezza”, si diceva, poiché in un caso così misterioso anche una prova evidente deve indurre alla prudenza.
 

 

Intanto, le ricerche proseguite senza sostanziali miglioramenti per oltre due anni, si avviano ad un punto morto. Spetterà alle autorità cinesi, australiane e malesi che le coordinano decidere se prolungarle (il tempo a disposizione scade ufficialmente a settembre) o abbandonarle per sempre. Ad oggi sono stati spesi circa 137 milioni di dollari, una cifra record nella storia dell’aviazione civile, che mai era stata raggiunta per cercare un aereo disperso.

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